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lettera Ceci per Marcia PDF Stampa E-mail

Lettera di LUCIDIO CECI
in occasione della 5° edizione della MARCIA DELLA SOLIDARIETA’
SMERILLO-MONTEFALCONE

 

15 Aprile 2008

Caro Franco,  eccoti la lettera da leggere il quattro Maggio nel paese delle fate. Sarei stato felice di venire anch’io per rivedere quella  gente simpatica di quattro anni fa,......                                      

gente che si ha voglia di guardare negli occhi per imparare a vivere… e perché il bene che abbiamo fatto su queste colline è più merito loro che mio e avrei voluto dirglielo di persona. Invece l’unico regalo che ho è di raccontar loro una piccola parte della mia storia. Eccola.

Come tu sai abito in un’aula del liceo di Lama nel sud Bangladesh.  Hosen, il professore di biologia, lavora con me da cinque anni  e dirige la mia impresa quando io sono altrove, fa i conti,  ispeziona le scuole che hanno bisogno di maestri, mi aiuta a formarli, e mi accompagna quando vado a visitare le scuole, che ormai sono ottanta, in tre distretti.Ogni tanto gli vengono ancora dubbi sul mio conto e mi domanda, come solito : §         Tu lavori sedici ore al giorno. Non è possibile che lo faccia gratis. §         Per che cosa potrei farlo se non lo faccio gratis?§         Beh, potresti farlo… per i soldi, come fanno tutti. §         Hosen, i conti sei tu che li fai.  Quanto guadagno aiutando le scuole pubbliche di queste montagne a rinascere?...   Del resto cosa ne farei dei soldi? La mia vita è alla fine, dunque a me non servono, ai miei neanche, perché hanno da vivere, anzi sono loro che aiutano noi.  Ma c’è dell’altro: i nostri ottanta giovani maestri guadagnano appena di che vivere: se io lavorassi per i soldi, come potrei chieder loro di dare due o tre anni di vita per i poveri di casa loro ?  Hosen mi guarda ancora, testardo. Risponde : Io non conosco nessuno che lavora per niente… Stavolta sono io che divento serio :  Ti sbagli Hosen. Io lavoro gratis ma non lavoro per niente.  Un uomo è vivo finché ha qualcosa da dare, poi è morto. Io non voglio morire in anticipo. Per questo regalo senza rimpianti il tempo e i soldi che mi restano, e anche la saggezza acquisita con fatica in questi ottant'anni che guardo il mondo. Hosen stavolta mi crede, e tace.  Tace anche perché siamo arrivati. La scuola è là coi suoi quattrocento bambini che giocano nei quattrocento metri quadrati del cortile in attesa della campanella.Quando la campanella suonò entrammo con i bambini e le due maestre aggiunte nelle aule di classe prima. Erano le due maestre formate da noi… e pagate da voi…  Io provai come solito l'impressione di soffocare, nonostante il sorriso della maestrina e il saluto corale dei bambini, cinquanta per classe. Sorrisi alla maestra:§         Come fai a controllarli? Ci riesci?§         Certo. Ora siamo in due, non è più come prima, quando erano cento!  Guardi i loro quaderni di classe, cosa ne pensa?... guardi la differenza in un mese!... I genitori non riescono a credere che l'abbiano scritto i loro bambini. §         Ottimi ! Si vede bene che non sei nuova!  Magari gli altri fossero come te... Quanto tempo ancora conti poter restare con noi?§         Altri sei mesi... la gente vuole che mi sposi qui nel villaggio e ci resti... io sarei felice di restare... ma ormai è deciso, dovrò partire... mi spiace...§         Spiace anche a me Maia!... Ascolta : nei sei mesi che ti restano trova una ragazza che ti somiglia, falla assistere alle tue classi, falla lavorare con te… e prima di partire convinci il villaggio che debbono pagarla. Allora avrai finito il tuo compito perché il villaggio non avrà più bisogno di noi. Noi, quando una scuola è guarita dobbiamo partire. Ce ne sono altre che aspettano.  Hosen usciva dall'altra classe con la faccia pensierosa. Brutto segno, perché lui è ottimista per natura. Stavolta le notizie erano cattive: 
  • La classe è buona e la maestra anche, ma ho scoperto che dei quattro maestri governativi due sono pigri e incapaci e il comitato scolastico non ha il coraggio di intervenire. Abbiamo perso sei mesi… Però tutti ormai sanno che c'è un altro modo di far scuola.
  • Allora non abbiamo perso tempo: sei mesi fa non potevamo agire, ora possiamo.  Si tratta di svegliare il Comitato Scolastico.
  • Le nostre due maestre sono troppo giovani per dar consigli ai membri del comitato. Si vergognano di andare a trovarli in casa. Bisogna cambiarle.
  • Un momento: i membri del comitato non hanno mogli? o forse figlie della loro età? Se le chiamassero a bere una tazza di tè per dir loro che si vergognano della scuola e se ne vanno!... le mogli contano quanto i mariti.
  • È un'idea!...invitiamo a Lama le nostre maestre più giovani e parliamone. Forse abbiamo scoperto l’America.
Era vero.  Nei tre mesi seguenti i problemi di questa scuola furono risolti. i maestri pigri dovettero svegliarsi, o cambiare, o partire. Restavano le altre settantanove scuole malate coi loro settantanove problemi diversi, che non ci lasciavano dormire la notte...  e restavano le lettere di mia madre, poveretta, che mi ripeteva, con la pietà e l'orgoglio delle madri: Ma chi te lo fa fà fiju! Tocca a issi de sveiasse ! E mia madre non sapeva tutto… Quando scrivevo a lei, le notizie erano tutte filtrate. Per esempio questa deve averla saputa in paradiso. Quella sera tarda vennero in dieci lassú al terzo piano del liceo deserto. Eravamo all'inizio del lavoro, quando non mi sognavo neanche di chiudere la porta a chiave sia di giorno che di notte. Stavo scrivendo una delle mie favole per bambini, e la favola di colpo diventò vera. Mi sentii due mani sugli occhi, un'altra alla bocca, altri due mi afferrarono le braccia, un altro mi puntò un coltello alla schiena e mi restarono solo le orecchie per sentire il rumore della banda che frugava la stanza. Erano voci giovani, e mi fecero più compassione che paura. Anche la punta del coltello che mi frugava la schiena  mi faceva più solletico che altro.  Partirono dopo cinque minuti perché erano nuovi del mestiere e avevano più paura di me. Cercavano soldi: tempo perso.Un’altro giorno andavo a piedi, solo, verso una scuola di montagna e mi perdetti. Domandai a due viandanti: Qual’è la strada per Sonachori?  Il più giovane mi disse:  Seguimi, ti mostro.  Camminammo due minuti fino a una brussaglia poco lontana, poi lui si voltò di colpo, tirò fuori un coltello lungo due palmi e disse:  Fuori i soldi. Io lo guardai e mi venne da ridere, tanto la faccia era sproporzionata al coltello che mi mostrava. Capii che non avrebbe mai il coraggio di usarlo.  Gli dissi: Vuoi proprio morire cosí giovane?  Poi misi la mano in tasca… e lui scappò.  Io non avevo niente in tasca, ma lui non lo sapeva...  Però il fratello maggiore venne alla riscossa un minuto dopo con lo stesso coltello.  Stavolta ero troppo arrabbiato per misurare le parole: Gli dissi : Io di soldi non ne ho... ma tu, forte e robusto come sei  non ti vergogni di fare un mestiere simile?... Come ti chiami?...   Il giovane mi guardò, intontito, e rispose:  Fojlu.  Io chiesi : qual'è la strada per Sonachori?....  Lui tentennò un po`… poi mi indicò una direzione.  Era la giusta. Continuando il cammino mi domandai in quale libro avevo imparato a trattare coi briganti e perché al momento giusto il coraggio non mi mancava mai.Tutto questo mia madre non lo sapeva. Né sapeva quante volte avevo rischiato la vita durante la guerra per impedire che i soldati entrassero in un villaggio e uccidessero buoni e cattivi, amici e nemici… e dopo la guerra per impedire che la vendetta trasformasse la gente in assassini. Eppure… strano, non ero morto mai…

Mi sono chiesto spesso chi mi aveva insegnato a rischiare la vita per gli altri.  Cristo che va a morire per i suoi fratelli è stato sempre per me l'uomo ideale,  ma a dieci anni, quando imparai ad essere quel che sono, io sapevo ben poco di Lui… Allora?... Ho ancora strampate nella mente le frasi che leggevamo a quei tempi sui muri del paese, e meditavamo andando a scuola:  « Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora" , "Vivere pericolosamente" "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi »  Erano le parole degli eroi che avevano preferito la morte alla schiavitù… Da allora in poi  nelle situazioni estreme sento sempre i  morti per la libertà che mi dicono: noi siamo morti per insegnarti a vivere, ora rischia se sei un uomo. Rischia per i poveri, gli affamati e gli oppressi: spezza le loro catene, falli uscire dal loro pozzo senza luce...  E quando sento la loro voce, rischiare la vita diventa un gioco da bambini… 

La sola cosa che nessuno è mai riuscito ad insegnarmi è di sparare ad un uomo. Ho avuto il fucile in mano più di una volta, ma ho sparato solo se davanti non c'era nessuno… La mia lettera finisce qui. Se ho parlato bene di me e di voi è per due ragioni : la prima è che voi e me, siamo tra i pochi a sapere un segreto : nel mondo di Dio i poveri non dovrebbero esistere, e i signori neanche perché é colpa loro se esistono i poveri, Dio non c'entra affatto e neanche il caso... Non so come voi avete scoperto il segreto, perché nessun libro ne parla… se ne parlasse nessuno lo stamperebbe. L’unico libro che ne parla è vecchio di duemila anni e dice : beato chi ha fame e sete di giustizia…  ma resta sempre in chiesa, non ne esce mai. La seconda ragione per cui parlo bene di me è che qualcuno deve pur farlo. Infatti io sono una persona umana, e nessuna persona umana sopravvive seimila chilometri lontano se quelli che ama e cha stima non gli dicono ogni tanto : Grazie Lucidio, noi ti amiamo e ti stimiamo, perché tu sei là anche per conto nostro. Ora… voi avete molte virtù, tra l’altro siete voi che pagate… ma ve ne manca una : quella di sedervi al tavolino e scrivere una lettera che viene dal cuore… come la mia.   Con tutto l’affetto   Lucidio.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 16 maggio 2008 )
 
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