La “Firmum Nursery School Majengo”: una scuola nata in Kenya dall’amore di una famiglia fermana


Sabato 09 Maggio 2026 ore 17.30, presso la Casa delle Associazioni, abbiamo avuto come ospiti Bruno Donzelli e sua figlia Valeria che ci hanno fatto fare
un viaggio che loro percorrono spesso, da Fermo al villaggio di Majengo in Kenya, dove Bruno ha realizzato e porta avanti ormai da trenta anni una scuola in memoria del figlio e poi di un nipote. Uno straordinario esempio di come il dolore si può tramutare in amore per generare nuova vita.
Riportiamo qui la registrazione dell’intero incontro e la sintesi dell’intervento. Conoscere il bene, fa bene!!!

Registrazine dell’incontro

Presentazione della serata

La serata si inserisce in un ciclo di incontri – il quarto di una serie programmata da gennaio a dicembre – promosso dall’associazione ALOE di Fermo, sotto il titolo “La ricchezza nascosta: dal territorio di Fermo ai territori del mondo”. L’obiettivo è far conoscere le realtà locali che operano nel Sud del mondo: Africa, America Latina e non solo.

È proprio in questo contesto che è nata questa quarta serata dedicata alla famiglia Donzelli. Avevamo infatti sentito parlare di un certo Bruno Donzelli che aveva fondato una scuola in Kenya in memoria di un figlio. Ci siamo messi in contatto con la figlia Valeria, scoprendo che suo padre – Bruno, 94 anni – era appena partito per il Kenya, poco prima di Pasqua. Da qui l’invito e l’organizzazione dell’incontro. Di particolare interesse è anche il legame di questa famiglia e della loro scuola fondata nel Kenya, con il mondo fermano dello sport, e per questo abbiamo voluto dare come titolo dello stesso incontro: “Organizzazioni sportive e solidarietà internazionale”.

Come è nata la Firmum Nursery School di Majengo

La storia della scuola ha origini lontane e profondamente umane. Nel 1992, Bruno Donzelli perse il figlio Roberto. Il dolore per quella perdita lo accompagnò a lungo, finché decise di intraprendere un viaggio. Trovò un biglietto per il Kenya e partì.

Il Kenya lo colpì immediatamente: un Paese meraviglioso, con un clima splendido, molto sole, un mare bellissimo. Un giorno, durante una passeggiata nel territorio – lui che aveva girato il mondo come giudice internazionale di ginnastica aveva l’abitudine di esplorare i luoghi – sentì delle voci di bambini che cantavano. Seguì il suono e trovò una capanna: pareti di rami intrecciati e terra seccata, una trentina di bambini seduti per terra con una specie di maestra. Un uomo del posto gli disse: “Sappiamo che sei un uomo di scuola. Potresti fare qualcosa per questi bambini?”

Bruno acquistò un terreno – a prezzi ovviamente molto diversi da quelli italiani – e costruì una prima aula, con banchi e una maestra. La prima insegnante non era qualificata e fu necessario sostituirla, ma la scuola era nata. I bambini, dai tre ai sei anni, erano una ventina. Pian piano la scuola crebbe.

L’anno successivo Bruno pensò a come nutrire i bambini. Ma prima ancora: il pozzo. L’acqua era la priorità. Fece scavare un pozzo, poi cominciò a offrire una piccola colazione – il porridge – a tutti gli alunni. I bambini entrano alle 8:00 precise: se tardano, la maestra chiude il cancello e non si entra più. Ecco perché arrivano di corsa, ogni mattina.

Da venti bambini si passò a trenta, poi a cinquanta, poi a ottanta e fino a centoventi. A quel punto un ispettore statale impose la riduzione di un’aula, poiché i bambini non potevano avere più di sei anni. Fu necessario ridimensionare, ma si trovò una soluzione: invece di trenta bambini per classe, se ne accolsero una quarantina, e si andò avanti.

La scuola prese il nome di Firmum Nursery School Majengo: “Firmum” è il nome latino di Fermo, che Bruno non poteva non includere; “Majengo” è il nome della località. Insieme alle aule, Bruno costruì anche una mensa: i bambini, che appartengono a famiglie poverissime, spesso la sera vanno a letto senza cena. Potere offrire loro un pasto caldo a mezzogiorno è diventato parte fondamentale del progetto.

La vita quotidiana a scuola

Le maestre hanno sviluppato nel tempo un metodo di insegnamento che ha colpito molto Bruno: sulla lavagna disegnano un oggetto – un pollo, un banco – poi una bambina viene chiamata alla lavagna, indica il disegno e dice “chicken”. Tutta la classe ripete. È un metodo semplice ma efficace per insegnare l’inglese, che è la lingua scolastica, essendo il Kenya un’ex colonia britannica. La lingua locale è parlata in famiglia, ma a scuola si studia l’inglese, e piano piano i bambini cominciano a padroneggiarlo.

Un episodio particolarmente bello riguarda l’inclusione religiosa. Un anno, Bruno trovò tra gli alunni una bambina musulmana e si chiese come comportarsi: la maestra fa recitare una preghiera prima dei pasti. La soluzione fu semplice e illuminante: “Ognuno prega il suo Dio.” La bambina fu invitata a pregare a modo suo, inizialmente in disparte, ma poi si decise che poteva pregare insieme agli altri, ciascuno secondo la propria fede. Quell’anno i bambini musulmani erano due; quest’anno sono sei, tra maschi e femmine. “Se tutto il mondo pregasse il proprio Dio, non ci sarebbero queste guerre” – questa la riflessione di Bruno, che considera quella piccola convivenza uno dei momenti più belli della sua esperienza in Kenya.

Le ragazze musulmane frequentano la scuola completamente vestite, con il velo e la gonna lunga, anche a temperature che superano i quaranta gradi. La loro presenza è accolta con rispetto e naturalezza.

Lo sport: atletica, pallavolo e tennis

La corsa è già nel DNA dei bambini kenioti: arrivano a scuola di corsa ogni mattina, e quella velocità naturale non stupisce. Bruno ricorda di essersi fermato in macchina un giorno per osservare un ragazzo che correva con un movimento rotatorio perfetto del ginocchio. Gli chiese chi fosse il suo allenatore. Risposta: “Corro da solo, vado a scuola così.” È la conferma di come quei campioni africani che scendono sotto le due ore nella maratona siano il frutto di una cultura del movimento innata, coltivata fin dall’infanzia.

Bruno ha costruito anche un campo polivalente: con un semplice cambio di attrezzatura – un palo al centro che si sposta – il campo diventa da pallavolo o da tennis. Ha cominciato a insegnare i fondamentali di entrambi gli sport.

Tre anni fa è morto anche il nipote di Bruno, Lorenzo Donzelli, a soli 29 anni. Lorenzo era un maestro di tennis e sognava di andare in Kenya a insegnarlo ai bambini. La famiglia – i genitori Rossella e Paolo – ha deciso di realizzare il suo sogno. Con un pezzo di terreno “preso in prestito” dalla scuola vicina gestita dall’amica Gaia, hanno costruito un campo da tennis intitolato a Lorenzo, reso poi polivalente con le reti da pallavolo portate dall’Italia. Un maestro di tennis viene a fare lezione ai bambini una volta a settimana, o un paio di volte al mese, a seconda delle disponibilità economiche.

La famiglia porta dall’Italia di tutto: racchette, palloni, reti da pallavolo, palloncini. Le dogane non sempre capiscono il contenuto delle valigie. Quest’anno Bruno ha portato con sé anche dei palloncini gonfiabili che hanno mandato in visibilio i bambini, che hanno abbandonato racchette e palloni per inseguire le bolle di sapone – come qualsiasi bambino del mondo.

Fiona e le storie dei bambini

Una storia che rappresenta il cuore della scuola è quella di Fiona. Una decina di anni fa arrivò alla Firmum Nursery una bambina piccolissima, che sembrava di un anno e mezzo ma in realtà ne aveva tre: aveva difficoltà di crescita perché era la decima figlia di una famiglia poverissima. La madre era morta di parto, il nonno era scomparso, e la bambina viveva sola con la nonna, in condizioni di grande fragilità. Appena faceva buio, andava a dormire senza mangiare.

Bruno la prese a cuore. Con l’aiuto dei vicini di casa – che la nutrivano quando Bruno non era in Kenya – Fiona è cresciuta. Ha quasi tredici anni adesso, ma è ancora piccola come una bambina dell’asilo. Dopo anni trascorsi alla Firmum School, è passata alle elementari e ora frequenta una scuola più grande. Quest’anno è venuta a trovare Bruno e Valeria a sorpresa: la maestra ha organizzato un’entrata scenografica durante il momento in cui i bambini cantavano la canzone della scuola – “Siamo le piccole stelle di Majengo” – e Fiona è apparsa tra di loro. Valeria non se n’era accorta, confusa tra gli altri bambini: è così simile a loro.

Fiona è il simbolo della scuola. Non perché gli altri bambini stiano bene – anche loro vivono in condizioni di povertà – ma perché lei rappresenta quella fragilità estrema che, con un po’ di cura e continuità, può trasformarsi in vita.

La comunità intorno alla scuola

Majengo, quando Bruno arrivò, era una manciata di case – forse venti. Oggi è un villaggio che si è sviluppato intorno alla scuola. Il pozzo che Bruno fece scavare per la scuola divenne presto un punto di riferimento per tutto il villaggio. All’inizio non c’era recinto e i vicini venivano ad attingere l’acqua, svuotando il pozzo. Bruno si arrabbiò, recintò la scuola e fece scavare un secondo pozzo fuori dal perimetro, con una pompa portata dall’Italia. La pompa veniva sistematicamente rotta. Alla fine, Bruno decise di non rimpiazzarla: “Fatelo a mano.” E intorno a quel pozzo è cresciuto il villaggio.

La scuola è ormai riconosciuta dal governo keniota. La ragione è pratica ma anche lungimirante: se la famiglia Donzelli non potesse più andare in Kenya, i bambini non perderebbero la loro scuola. Il terreno rimane intestato a Bruno, ma le maestre verrebbero pagate dallo Stato. È una garanzia di continuità.

A coordinare le attività quotidiane c’è un preside che Bruno ha seguito e aiutato nel corso degli anni, un ex insegnante che ora gestisce entrate, uscite e rendiconti con precisione e trasparenza. I messaggi arrivano quasi ogni giorno. I vicini di casa di Bruno portano contributi: chi un sacco di fagioli, chi la farina. C’è sempre qualcuno che presidia la scuola.

Bruno è conosciuto e amato in tutto il villaggio. Lo chiamano “Papa Bruno”. Ogni mattina che arriva a scuola deve dare la mano a ogni bambino, uno per uno; se salta qualcuno, quello va a nascondersi dietro l’aula per la vergogna. Per loro stringere la mano è un segno di rispetto e di affetto quotidiano.

Un uomo di 94 anni e la sua energia

Bruno Donzelli ha 94 anni – o 74, come ha scherzosamente precisato a un certo punto della serata (“finiti 20 anni fa”). La sua energia è leggendaria. Quest’anno è stato filmato mentre costruiva il campo da tennis alle undici di mattina sotto il sole del Kenya, perché gli altri non sapevano farlo. Gonfia i palloncini a mano per i bambini. Va a prendere le scarpe ai vicini di casa. Perde gli aerei in scalo perché si mette a chiacchierare con qualcuno che non conosce.

Sta in Kenya tre mesi all’anno – finché le medicine reggono, dice lui. Al ritorno, la famiglia e gli amici continuano il lavoro: sono ormai sette o otto persone a fare quello che Bruno faceva da solo.

Nel villaggio dove ha la casa, Alex lavora per lui da 35 anni. Bruno, anni fa, scoprì che Alex era sposato ma non poteva stare con la moglie perché non aveva ancora pagato per intero la dote al suocero. Bruno accompagnò Alex dal padre della sposa e pagò parte della somma mancante. La leggenda vuole che, quando il padre della ragazza diede il consenso, la moglie di Alex arrivò a casa prima di loro, a piedi, mentre loro erano in macchina.

La povertà e la globalizzazione

In trent’anni, la povertà non è diminuita. O meglio: ci sono persone più ricche, ma i poveri sono più poveri – e, cosa forse ancora più difficile, sanno di esserlo, perché la globalizzazione ha portato consapevolezza insieme alla disuguaglianza.

Nella zona di Majengo, però, la vita è rimasta per molti aspetti quella tradizionale. Le donne portano ancora l’acqua in grandi secchi da cinquanta litri, camminando chilometri fino al pozzo. I telefoni cellulari sono arrivati – tutti li vogliono, anche chi non ha i soldi per mangiare – ma il paesaggio sociale e fisico è rimasto sostanzialmente quello che era.

L’ospedale è gratuito, ma non dà medicine: bisogna comprarle in farmacia, e non sempre le famiglie hanno i soldi. C’è anche un problema di corruzione: il medico indirizza verso farmacie specifiche, e senza denaro non si ottiene la cura. Bruno racconta un episodio: nel villaggio, la madre del capo giardiniere fu morsa da un serpente. Bruno la portò all’ospedale di corsa, ma la farmacia non voleva dargli le medicine senza soldi. Si recò allora da un farmacista indiano che aveva già incontrato, gli spiegò la situazione e gli promise di pagare il giorno dopo. Il farmacista gli diede le medicine. La donna si salvò. Bruno tornò a pagare il mattino seguente. “Non ho salvato io una persona – dice – ma la soddisfazione è stata enorme.”

Un bambino cadde dallo scivolo costruito fuori dalla scuola e si fece male. Bruno lo portò al pronto soccorso, lo fece medicare, lo accompagnò a casa. La famiglia lo ringraziò calorosamente, con quella stretta di mano vigorosa – entrambe le mani che avvolgono la tua – che in Kenya è segno di profondo rispetto. “Se fosse successo in Italia, forse mi avrebbero denunciato” – commenta Bruno con ironia.

La nascita dell’associazione

Fino a poco tempo fa, il progetto della Firmum Nursery School era sostenuto in modo del tutto informale: chi voleva donare qualcosa dava i soldi direttamente in mano. Non era una situazione ottimale, né per la trasparenza né per chi voleva contribuire in modo più strutturato.

Lunedì scorso – la settimana precedente la serata – è stata ufficialmente costituita l’associazione di promozione sociale che supporta il progetto in Kenya. L’associazione è iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) ed è stata costituita nel pieno rispetto della normativa fiscale e statutaria, con atto costitutivo e statuto a norma. È stata creata esclusivamente per sostenere la scuola di Majengo.

Il motivo principale è pratico: le aziende che vogliono fare donazioni hanno bisogno di un giustificativo contabile e fiscale. Con l’associazione, tutto può essere rendicontato in modo trasparente, anche per piccoli contributi. È in corso la richiesta di iscrizione al 5×1000, che permetterà ai contribuenti di destinare una quota dell’IRPEF senza costi aggiuntivi. Durante la serata è stato suggerito anche un possibile gemellaggio con il Comune di Fermo, idea che è piaciuta ma che non ha ancora trovato una risposta istituzionale concreta. Il CSV – Centro Servizi per il Volontariato – presente nella stessa sede, è stato indicato come un punto di riferimento utile per la consulenza e il supporto organizzativo.

Un’esperienza che arricchisce chi la vive

Chi va a Majengo, non dimentica. Questa è la costante che emerge da tutte le testimonianze della serata. Non è retorica: chi visita la scuola rimane coinvolto, si innamora del progetto, torna. Portano dall’Italia giocattoli raccolti tra amici e nei McDonald’s, magliette sportive del Tiro a Segno di Fermo (che i bambini indossano con orgoglio), palloni da pallavolo e da tennis, reti, racchette, bolle di sapone.

“Non siamo noi ad aiutare loro – dice Valeria – siamo noi che stiamo bene lì. È un’esperienza spirituale, prima ancora che di solidarietà. Una goccia nel mare, certo, ma è soprattutto una questione personale.”

L’ultimo giorno, quando la famiglia e gli amici partono, i bambini cantano. Quest’anno hanno cantato “Jambo Bwana” – il saluto tradizionale keniota che significa “Benvenuto, signore” – e poi “Hakuna Matata”, nessun problema, vieni in Kenya. E quando Valeria ha detto ai bambini “Vi vogliamo molto bene”, la maestra ha risposto a nome di tutti: “Anche noi vi vogliamo molto bene.”

La Firmum Nursery School di Majengo non è un’organizzazione. Non è un ente. È una famiglia che, trent’anni fa, ha aperto gli occhi davanti a una capanna e a trenta bambini seduti per terra – e non ha più smesso di guardare.

Puoi seguire le attività e le informazioni della Firmum School Majengo sulla sua pagina FACEBOOK