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Introduzione
In questa ultima domenica di Settembre, riprendiamo l’attività dopo la pausa estiva, con un incontro domenicale come ai bei tempi, quando abbiamo iniziato a Santa Maria a Mare quel percorso che ci portò a fondare l’Associazione Aloe. Prima dell’estate abbiamo fatto un vero e proprio tour de force di incontri; poi ci siamo fermati. Abbiamo ripreso da poco, con due belle serate dedicate alla cucina siriana, e oggi vogliamo tornare allo spirito delle domeniche di una volta, quelle vissute tutte insieme, dalla messa al pranzo fino alla testimonianza serale.

L’occasione è speciale: padre Stefano Camerlengo, missionario della Consolata, è tornato in Italia per qualche settimana — non proprio una vacanza, come vedremo, ma una sosta imposta da un problema di salute — e ci ha dato l’opportunità di un incontro qui a Santa Maria a Mare. Padre Stefano è stato per noi, fin dagli inizi, trent’anni fa, un punto di riferimento importante nella sua missione nella R. D. del Congo, dove è rimasto per dicioto anni. Poi la sua strada lo ha portato a girare il mondo come superiore generale dei Missionari della Consolata, e ora è tornato “sul campo”, parroco in Costa d’Avorio.
Con lui, questa sera, ci sono anche padre Beppe Svanera, di passaggio da Roma dove ha appena concluso un corso di aggiornamento, e don Mario Moriconi, missionario per dodici anni in Argentina negli anni ’80, uno dei sacerdoti “storici” della nostra associazione. A pranzo si è aggiunto anche padre Richard, il parroco tanzaniano che oggi guida la nostra comunità di Santa Maria a Mare, appena rientrato da un viaggio nel suo Paese d’origine con un gruppo di giovani della parrocchia. Una serata dunque particolarmente ricca. Diamo dunque la parola a padre Stefano.
Testimonianza di padre Stefano Camerlengo

Un’occasione per fare il punto
Comincio ringraziando, perché quando ti viene data l’opportunità di raccontare la missione è anche un’occasione preziosa per fare sintesi: per capire meglio quello che stai facendo, quello che cerchi di essere, ed eventualmente raddrizzare qualcosa se ce n’è bisogno. Questo viaggio, in teoria, dovevano essere le mie vacanze; ma le vacanze, per un missionario, non esistono davvero. Sono venuto a settembre soprattutto per curarmi i denti — non è certo la soluzione definitiva, ma qualcosa si è fatto. Domenica prossima riparto per l’Etiopia, dove si riunisce la “consulta” di tutti i superiori del nostro istituto nel mondo: un momento di verifica a metà strada tra un capitolo e l’altro, per vedere cosa è stato fatto delle decisioni prese e dove bisogna migliorare. Tradizionalmente si tiene fuori Roma; stavolta tocca all’Etiopia. Tornerò poi in Italia per una decina di giorni, approfittando anche del mese missionario per qualche incontro utile alla nostra missione.
Come è nata la missione in Costa d’Avorio
Per capire la nostra presenza in Costa d’Avorio bisogna tornare indietro di trent’anni: quest’anno, infatti, ricorrono i trent’anni dalla nostra apertura in quel Paese. Era nata come una scommessa, quasi un sogno. A quel tempo l’Istituto dei Missionari della Consolata era ancora per più della metà composto da missionari “bianchi” (europei e latinoamericani), e i confratelli africani che via via entravano nell’istituto avvertivano una certa disparità: “voi avete i mezzi, fate una missione con tanti mezzi”. Nacque così l’idea di affidare proprio ai missionari africani l’apertura di una nuova missione, per vedere se potevano essere creativi, inventare un modo nuovo di fare missione, meno legato alle strutture e più autentico. Da questa scommessa nacque la Costa d’Avorio.
Siamo presenti sia nel sud che nel nord del Paese. Nel sud la povertà è più contenuta e le comunità cristiane più numerose e consistenti, anche se spesso bisogna attraversare fiumi e percorrere piste difficili per raggiungerle. È anche l’unico luogo, in tutta l’Africa dove operiamo, in cui abbiamo una realtà come questa di Santa Maria a Mare, dove riusciamo a portare avanti anche un discorso vocazionale strutturato, con incontri dedicati. Lì abbiamo aperto, in un quartiere popolare, uno spazio per i ragazzi con docce (che a casa molti non hanno) e un luogo dove, cristiani e musulmani indifferentemente, posono organizzare anche dele feste.
Io mi trovo invece nel nord, terra dei Senoufo, un popolo originario del Mali che nella storia si è insediato in questa fascia di territorio intorno a Korhogo, una delle città più grandi della regione, sede della diocesi. È la tribù più povera e più abbandonata dell’intera Costa d’Avorio: essendo scarsamente rappresentata nelle urne quando si vota, viene di fatto trascurata dal governo. Ora, però, il governo comincia a interessarsi a questa zona per un motivo ben preciso: vi sono state scoperte delle miniere d’oro, e su questo tornerò più avanti.
Siamo diluiti su un territorio molto vasto, distanti anche 400-500 chilometri dalla capitale che devo raggiungere per visitare il seminario. In tutto siamo 23 missionari, contando anche gli studenti — persone che hanno già fatto il noviziato e sono già membri dell’istituto, non semplici seminaristi. È una zona molto più povera e abbandonata rispetto al sud: strade non asfaltate, ancora solo piste, dove cerchiamo di essere presenti attraverso la promozione umana e l’evangelizzazione insieme. Abbiamo due piccoli ospedali (uno per missione) e tre parrocchie — una delle quali è in realtà una “mezza parrocchia”. Il territorio che seguo io è grande più o meno come le Marche: immaginate un solo parroco per tutta questa regione, con qualche comunità più grande al centro e tanti piccoli villaggi intorno.
I cristiani sono circa il 3% dell’intera popolazione: un piccolo gruppo, spesso ridotto a poche persone per villaggio. In alcuni villaggi contiamo quattro cristiani. In uno di questi c’è un’unica cristiana, una vecchietta che ogni volta mi aspetta quando passo per la messa, e che poi riaccompagno a casa. Eppure, in questo contesto, capita qualcosa di straordinario: capita che sia proprio quell’unica cristiana a fondare la comunità del villaggio. Qui da noi, chi si trovasse solo, nel proprio villaggio, a essere cristiano forse pregherebbe solo in silenzio, per timore di esporsi; lì invece sono proprio queste persone sole a generare la fede attorno a sé e a fondare nuove comunigtà cristiane.
La forza silenziosa dell’evangelizzazione
Una delle esperienze più forti che vivo — mi si perdoni il paragone — sono i funerali. Il funerale di una persona anziana che ha fondato una comunità è qualcosa di incredibile: viene tutto il villaggio, cristiani e musulmani insieme, chiedendo “Padre, fai la messa”. Si crea un silenzio come non ne ho mai visto altrove: senti davvero che Dio esiste. La gente aspetta solo che tu parli, che tu dica cosa vuol dire la vita, la morte, il senso di stare al mondo. Poi la famiglia mi porta due piccolo cose aòpòpartenute alla persona defiunta: la “tessera” del battesimo, come un piccolo documento d’identità cristiano — quasi un patentino — e la corona del rosario che ogni persona possiede. Io conservo con cura tutte le corone del rosario delle persone che ho accompagnato in questo modo. Una l’avevo persa, era rimasta a Milano: l’ho fatta rispedire subito. Sono oggetti che ti fanno capire davvero, nel profondo, la forza dell’evangelizzazione.
Un’altra esperienza che ti fa toccare con mano il Vangelo vissuto è la preparazione dei catecumeni al battesimo. Su un territorio così vasto, non si può pretendere che qualcuno venga a catechismo tutte le domeniche. Abbiamo perciò inventato la “settimana di convivenza”: una settimana in cui tutti — mamme con i bambini piccoli, anziani portati dai familiari — si ritrovano insieme, ognuno con i suoi due chili di riso da mettere in comune. Si mangia, si prega, si canta, si fa catechismo insieme, si dorme tutti nello stesso luogo. Chi passa attraverso questi corsi arriva più preparato di chi fa il percorso diluito lungo l’anno, perché in quella settimana la gente è davvero concentrata. Se questo non è il Vangelo vissuto, non so cos’altro potrebbe esserlo.
L’ospedale e la sanità
Gestiamo due piccoli ospedali, uno per ciascuna missione. Nella mia, ogni giorno comincio con la messa del mattino — la celebro sempre, anche sotto la pioggia, perché la considero un’iniezione di bene per l’umanità, anche se a volte sono presenti solo quattro vecchiette, un ragazzo che canta e fa da sacrestano, e il catechista quando riesce a venire. Poi si passa in ospedale, dove ogni giorno nascono nuovi problemi — e ogni giorno si cerca una soluzione. La sera si va nei villaggi, perché di giorno la gente lavora nei campi: per due anni ho fatto questi spostamenti in moto, prima di avere un’auto, tornando spesso ben oltre mezzanotte.
L’ospedale comprende un dispensario (per malaria e altre cure di base), un piccolo gabinetto dentistico, un ambulatorio oculistico che è il nostro fiore all’occhiello — nato in collaborazione con un’associazione svizzera, l’unico nella zona, per cui la gente viene anche da molto lontano — un laboratorio e la maternità, ciascuno con un responsabile. Ci sono normalmente dagli 80 ai 90 parti al mese: quando nasce un bambino, capisci che vale davvero la pena restare.
Proprio la maternità pone un problema serio: quando una partoriente ha una complicazione, l’ospedale attrezzato per intervenire è a 200 chilometri, di cui 120 di strada sterrata. Il rischio che la madre o il bambino (o entrambi) non ce la facciano è concreto, e se questo accade più volte la gente comincia a dire “non portiamo più i bambini a nascere lì, perché lì si muore” — senza considerare che, in realtà, si tratta di casi già arrivati in condizioni disperate. In chiesa dico spesso che mi sembra che si ami più la morte della vita: per la vita non si spende quasi nulla, ma per un funerale si tirano fuori somme enormi, perché tutti arrivano da ogni parte e tutti devono essere ricevuti degnamente. Una cultura che ama più la morte della vita, dico loro, è una cultura destinata a spegnersi.
Sarebbe l’ideale completare la maternità con una piccola sala operatoria, ma prima di tutto mancano gli spazi — non ce ne siamo mai occupati — e soprattutto manca chi vi lavori stabilmente: trovare un medico disposto a restare è la difficoltà più grande. Essendo collegati al sistema sanitario statale, ci viene assegnato d’ufficio un medico dall’autorità di zona, ma spesso è lui stesso a dirmi: “Padre, io non sono mica un missionario”, desideroso di tornare in città dove si guadagna meglio. Un chirurgo a tempo pieno costerebbe uno stipendio, una casa per la famiglia, l’anestesista: cifre che si aggirano sui 100-110 euro al mese per chi lavora per noi direttamente (leggermente più di quanto paga lo Stato), mentre altri sono pagati direttamente dal governo.
Anche l’ambulanza — l’unica di tutto il territorio quando l’abbiamo acquistata — pone gli stessi dilemmi: va mantenuta, e i costi crescono con gli anni, mentre i ricavi restano modesti; nel frattempo lo Stato ha aperto altri centri, verso i quali la gente talvolta preferisce rivolgersi. Resta la domanda di fondo: dobbiamo qualificarci con un servizio sempre più specializzato, oppure accettare che certi servizi, importanti al momento della loro nascita, con il tempo lascino il passo ad altre risposte?
Come ospedale ci sosteniamo grazie ad alcuni progetti e all’aiuto di persone e associazioni amiche: per le vaccinazioni, ad esempio, riceviamo il sostegno di un’organizzazione americana attiva in tutta l’Africa, e un gruppo di infermieri raggiunge in moto o con un’apetta i villaggi più sperduti per vaccinare (non senza qualche incidente di percorso, per fortuna senza gravi conseguenze). C’è anche qualche caso di tubercolosi. E poi c’è un servizio a cui tengo molto: l’assistenza alle persone con disturbi mentali, spesso abbandonate nei villaggi, un po’ come succede agli albini in Tanzania, visti anch’essi come “maledetti”. Abbiamo pagato di tasca nostra la formazione di un medico specializzato in questo campo, che presto tornerà per riorganizzare questo servizio: ogni mese seguiamo chi si presenta o viene riportato. È un dramma vero, perché parliamo del classico “matto” che gira per le strade, a volte anche violento, e che la comunità tende a scartare. Se siamo lì per una scelta di vicinanza agli ultimi, questi sono tra gli ultimi degli ultimi: ma anche qui non basta più il “menare per buoni sentimenti” di una volta. Il missionario generico non esiste più: bisogna specializzarsi, studiare, organizzare, tenere schede e criteri — anche a costo di apparire un po’ bruschi, come quando decidiamo, nell’ambito delle adozioni a distanza, che l’aiuto continua solo se il ragazzo va a scuola con impegno. Altrimenti si rischia di gettare nell’acqua senza costrutto.
La solitudine e la nuova comunità

Dopo la morte di padre Matteo Pettinari — il giovane missionario originario di Monte San Vito, vicino a Senigallia, che io stesso avevo accompagnato fin dall’inizio del suo cammino nell’istituto — questa missione è rimasta per due anni affidata solo a me. Padre Matteo era stato, tra l’altro, il sacerdote più giovane della Consolata di origine europea: dopo un periodo di stage proprio in Costa d’Avorio, era stato ordinato e rimandato lì a continuare il lavoro. Fu proprio lui, quando io avevo terminato il mio servizio a Roma, a insistere perché tornassi in missione lì — pur senza dirmelo direttamente, ma attraverso i superiori — nonostante altre destinazioni possibili (Venezuela, Amazzonia, Madagascar, e il Congo dove ero già stato). Alla fine sono stato destinato proprio in Costa d’Avorio.
Oggi siamo di nuovo in tre, con altri due confratelli arrivati nel frattempo, ma due di loro restano nell’altra missione, più vicina a una cittadina. Io ho scelto di restare dove si trova la tomba di padre Matteo, prima di tutto perché non vogliamo lasciarla senza nessuno vicino, e poi perché costruire una comunità richiede una presenza stabile. Abbiamo una chiesa davvero bella — molti di voi l’avranno vista in qualche video o fotografia — ma tutto il resto è ancora da fare: una sacrestia minuscola adattata a cucina e a camera da letto, una stanza ricavata dalla sala professori della scuola per ospitare eventuali visitatori. Io vivo in una casetta di terra battuta, di quelle più semplici, perché ogni volta che arriva un familiare di padre Matteo in visita alla sua tomba, o un ospite ufficiale, devo cedere ovviamente la stanza migliore; così ho scelto la casetta in terra battuta, dove almeno la sera ho un mio angolo dove potermoi sempre ritirare in santa pace, altrimenti la missione ti consuma del tutto.
All’inizio è stata dura: niente televisione, nessuno che cucini o lavi per te, tutto da fare da solo. Ma mi va bene così. Di tanto in tanto arrivano volontari: una signora di Senigallia legata a padre Matteo è rimasta cinque o sei mesi, e una dottoressa in pensione che aveva lavorato con noi in Congo è venuta ad aiutarci dopo la morte di padre Matteo, e conta di tornare a novembre. Sul tema dei volontari, però, tengo a dire una cosa: il tempo in cui si andava “a salvare l’Africa” è finito. Chi arriva con quello spirito — penso a una brava signora, ex caposala, che aveva iniziato a rimproverare tutti come faceva a casa sua — finisce per essere allontanato, con garbo ma con fermezza, dalla gente stessa, che oggi non tollera più certi atteggiamenti. Le visite restano preziosissime, perché danno forza alla missione, ma vanno fatte con spirito di condivisione: io non vado per essere bravo, a meno che non porti una competenza specifica — un chirurgo, ad esempio, è sempre benvenuto perché lì non ce ne sono altri.
Il “boom” delle nuove realtà: oro, cinesi, sviluppo
Una parte importante di ciò che sta cambiando la nostra zona riguarda proprio la scoperta dell’oro sotto alcuni dei nostri villaggi. Il problema è enorme, prima di tutto sul piano culturale: chi è nato in un luogo, dove sono nati il padre e il nonno, non capisce perché dovrebbe andarsene solo perché sotto c’è l’oro. Le compagnie minerarie hanno provato a conquistare il consenso della popolazione costruendo dispensari e scuole, oltre a versare denaro con l’avallo del governo, ma questo ha creato problemi enormi: un contadino che in tutta la vita forse arriva a vedere l’equivalente di un milione di franchi CFA (655 CFA corrisponde ad 1 Euro), ricevendo dieci milioni in un colpo solo, spesso li spende in fretta — moto, donne, alcol — senza che questo cambi davvero la sua condizione. Abbiamo perfino proposto che fosse la missione a gestire questi fondi come una sorta di banca, distribuendoli secondo il bisogno: la gente non ha voluto.
A questo si aggiunge il tramonto della vecchia Africa dell’autorità tradizionale: il capo villaggio, un tempo ascoltato, oggi non conta quasi più nulla, specialmente tra i giovani. Restano problemi seri — come i matrimoni imposti a ragazze giovanissime, tolte dalla scuola per essere promesse a uomini molto più anziani — che quando li ho sollevati pubblicamente mi sono sentito rispondere: “Padre, questo non ti riguarda, tu sei straniero”. C’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto sul modo in cui le donne vengono trattate.
Con l’oro arrivano anche bande di avventurieri da ogni dove, e villaggi tranquilli si trovano all’improvviso a fare i conti con prostituzione e criminalità. Arrivano anche i cinesi per costruire le strade: gente incredibile, capace di allestire in poco tempo un intero campo — alloggi, magazzini, persino un orto — e di mettersi subito al lavoro, spesso pagando la manodopera locale a prezzi molto bassi. Con noi hanno stretto un accordo: se qualcuno degli operai si ammala, viene curato al nostro ospedale finché resta in zona, con l’unica clausola — che ancora mi fa sorridere — che, se ad ammalarsi è un lavoratore cinese, ha diritto a una stanza privata, mentre tutti gli altri no.
Tutto questo porta con sé anche cambiamenti positivi — l’arrivo della corrente elettrica in alcuni villaggi, per esempio — ma scardina valori e equilibri consolidati, in un popolo che, pur avendo un passato guerriero, resta fondamentalmente pacifico e sta vivendo una trasformazione troppo rapida. Gli studiosi notano che i giovani restano fedeli alle tradizioni solo in modo superficiale, per rispetto verso i genitori, senza più aderirvi realmente.
Sul piano politico, il presidente può governare per due mandati secondo la costituzione, ma si è fatto approvare un terzo mandato, anche sull’onda del successo calcistico della nazionale alla Coppa d’Africa. Il Paese resta comunque relativamente stabile: ricordo che in Congo il valore della moneta cambiava quasi ogni mezz’ora, mentre in Costa d’Avorio il franco CFA ha mantenuto un valore stabile fin da quando sono arrivato. Anche visivamente, se si guarda Abidjan, la capitale economica, non c’è nulla da invidiare a Milano; ma appena si sale verso il nord si entra in un altro mondo. I costa avoriani, a mio parere, sono meno poveri dei congolesi, ma anche meno arrabbiati: mentre in Congo la colpa viene sempre attribuita agli altri, qui la gente accetta più facilmente la propria parte di responsabilità. Anche il rapporto storico con i francesi resta, nel complesso, sereno, sebbene oggi i francesi si vedano soprattutto nei posti di comando, non più per strada come un tempo.
Non posso non ricordare, però, che la Costa d’Avorio ha vissuto anche un periodo di guerra civile durissimo — tra il 2002 e il 2007, e poi ancora nel 2010-2011 — con il Paese diviso in due, posti di blocco su posti di blocco (i militari governativi, poi i caschi blu dell’ONU, poi i ribelli), e situazioni di reale pericolo anche per noi missionari: in quel periodo ci furono rubate quattro delle nostre auto.
Cacao, cotone, anacardi: il prezzo dello sviluppo
La nostra regione è tra i primi produttori al mondo di cacao, cotone e anacardi. Ma dietro questa ricchezza si nasconde una forma di sfruttamento organizzato: durante i sei mesi in cui non piove si raccoglie il cotone, che poi viene portato via su camion — le stesse strade vengono sistemate apposta, un vantaggio secondario ma reale per la popolazione. Il problema è che il contadino, per mantenere la famiglia, deve spesso chiedere anticipi ai proprietari delle industrie di trasformazione, e questi anticipi lo legano per anni: non può smettere di vendere a un certo compratore anche quando il prezzo pattuito è ingiusto, perché ha un debito da restituire. In questo modo i grandi acquirenti fissano il prezzo che vogliono. Quando spiego questi meccanismi alla gente durante la predica, tutti annuiscono: sì, padre, è proprio così. La fede, dico spesso, deve entrare anche in questi ambiti concreti per aiutarci a cercare soluzioni.
Abbiamo provato con le cooperative — siamo specializzati anche nell’apicoltura, e chi vuole può assaggiare il nostro miele — ma anche lì emergono le solite fragilità umane: una cooperativa che avevamo messo in piedi non aveva un muro di recinzione, e la gente rubava il raccolto; solo di recente, grazie a qualche aiuto esterno, siamo riusciti a costruirlo. C’è sempre qualcosa da fare, non ci si sente mai arrivati.
Anche di fronte alla vita e alla morte la gente del posto è più realistica di noi occidentali. La nostra società ci insegna a rimuovere il pensiero della morte, come se fosse un tabù; lì invece si convive con essa in modo più diretto. Nelle mie prediche dico sempre che un cristiano vero non deve temere la morte: è la morte, semmai, a dover temere noi.
Il servizio come provinciale e la comunità dei missionari
Oltre al lavoro in parrocchia sono anche responsabile provinciale della delegazione della Costa d’Avorio. Un anno fa avevo pensato di trasferirmi in un luogo più centrale rispetto alla mia missione, ma alla fine sono rimasto dove sono: dopo diciotto anni passati alla guida dell’istituto a livello centrale, ho sentito il bisogno di lasciare spazio a chi è venuto dopo di me, senza fare “l’ombra pesante” sulle sue spalle. Ma dopo la morte di padre Matteo, la nostra piccola delegazione si è sentita smarrita — non è cosa da poco perdere, a 48 anni, un confratello pieno di vita, forza e progetti — e nella votazione per il responsabile provinciale hanno scelto proprio me. Ho accettato, pur costandomi non poco dirlo, perché non ho mai detto no all’istituto in tutta la mia vita. Il compromesso che ho trovato è di visitare due volte l’anno tutte le comunità della delegazione, oltre a due incontri annuali comuni (uno di esercizi spirituali e uno di formazione).
Tutti i 23 missionari della Consolata che siamo in Costa D’Avorio provengono da altere nazioni. Per quanto riguarda gli ivoriani, attualmente non abbiamo nessuno sacerdote, ma abbiamo due diaconi –uno a Torino e uno in Kenya – che l’anno prossimo diventeranno preti: saranno i primi due ivoriani missionari della Consolata a tempo pieno. I seminaristi in formazione sono per ora soltanto due. Nella mia comunità attuale, tra l’altro, sono presenti missionari del Kenya, dell’Uganda, della Tanzania, e un confratello argentino: sono tutti loro, in un certo senso, “figli miei”, nel senso che tutti sono passati per la formazione, la professione religiosa, il diaconato o l’ordinazione quando io ero responsabile e tutti mi hanno poi scelto come loro superiore. Anche stando a Roma sono rimasto in contatto con ciascuno di loro: mi ricordo perfettamente conversazioni avute anni fa sotto un banano. I nomi, quelli sì, spesso mi sfuggono, soprattutto quando si moltiplicano i villaggi visitati e i catechisti incontrati lungo gli anni.
Tre cose, per finire
Per concludere volevo lasciarvi tre pensieri. Il primo: i problemi ci sono sempre, ma si trovano anche le soluzioni, purché le si cerchi con pazienza, giorno dopo giorno. Un giorno manca il carburante per il generatore, un altro si rompe qualcosa: c’è sempre da fare, non ci si annoia mai. Il secondo: la missione sta cambiando profondamente, e bisogna entrare in questa nuova visione, in cui il missionario è più servitore che padrone, più servo che gesture, lasciando che siano gli stessi africani a portare avanti ciò che hanno imparato a gestire (penso all’ospedale, che sto pian piano lasciando nelle loro mani: qualche errore ci sarà, ma lo farebbero comunque anche con me lì). Il terzo pensiero, più spirituale ma per me fondamentale, altrimenti non avrebbe senso restare: a volte devi fare come farebbe Gesù, e a volte devi essere Gesù per qualcuno.
Vi confesso che, quando è arrivato il momento di partire per questa vacanza-non vacanza, ero davvero stanco e desideravo venire in Italia. Ma mano a mano che si avvicinava la partenza, quella voglia si affievoliva, e mi accorgevo di sentire una nostalgia della mia missione più forte che mai; forse, semplicemente, l’età che avanza rende un po’ più sentimentali.
Rispetto alla mia esperienza precedente in Congo, dove ho vissuto in prima persona la guerra di Kabila e di Mobutu, la Costa d’Avorio è stata un’esperienza diversa, meno “aggressiva”. Il Congo resta comunque nel mio cuore, e ci sarei tornato volentieri, se i superiori lo avessero ritenuto opportuno; ma proprio quell’esperienza – dover affrontare ogni giorno imprevisti enormi, dalla strada dissestata al camion che spariva in una buca – è stata per me un allenamento fondamentale per affrontare qualsiasi difficoltà del mondo. Fare il parroco, per uno come me abituato a incarichi di responsabilità diversi, resta comunque una sfida: cerco di condividere le responsabilità con la gente, un po’ più lentamente, complice anche l’età. Chi ha vissuto una vita intera accanto a queste persone crea legami autentici, non semplici parole di circostanza: quando i ragazzi scrivono che sentono la mia mancanza, capisco che non sono frasi fatte, ma nascono da relazioni vere. Come racconto sempre, un piccolo episodio mi fa capire bene questo spirito: una ragazza mi aveva mandato del riso e della manioca prima della mia partenza; a distanza di più di un mese mi ha richiamato, preoccupata, perché ne restava ancora un po’, per chiedermi cosa farne. Le ho detto ovviamente di usarlo pure — ma il punto non è il riso: è che una persona non chiama una persona lontana per una sciocchezza del genere, se non perché sente che c’è una relazione vera.
Intervento di padre Beppe Svanera

Terminata la testimonianza di padre Stefano, viene chiamato in causa anche padre Beppe Svanera che si schernisce con la consueta ironia: “Io non ho niente da dire. Sono semplicemente qui, in Italia, a riposo: mi hanno messo a riposo, e mi sto godendo un periodo tranquillo e sereno.” Il discorso scivola su un tono di gratitudine reciproca tra vecchi missionari: padre Stefano ricorda di essere andato a visitare la missione di padre Beppe in Colombia, sia quando lui era presente sia dopo che l’aveva lasciata: “… e quando vedi il posto dove è stato un missionario, gli vuoi ancora più bene”. Qualcuno dei presenti sottolinea come il Signore abbia donato molto a questa comunità di Fermo proprio attraverso le persone che vi sono transitate nel tempo: gente autentica, “tosta”. Si passa in rassegna alcuni nomi di missionari che hanno segnato la storia di questa comunità, come Remo, Giuliano, Dino, Antonio e appunto padre Beppe. Di lui, in particolare, viene riconosciuto un merito preciso: è stato lui, in anni passati, a suggerire la forma associativa agli amici e alle amiche che hanno fatto nascere l’Associazione Aloe, realtà organizzativa che ha permesso di non disperdersi nonostante il continuo avvicendarsi dei missionari. “Se non ci fossi stato tu, oggi questo non esisterebbe”, gli si dice; lui minimizza — “ho solo accompagnato un processo che era già in atto, l’idea mi era partita da voi” — ma riconosce che, senza quella intuizione, probabilmente tutto si sarebbe sciolto.
Padre Beppe coglie l’occasione per allargare il discorso ad un tema che gli sta a cuore: la “sensibilità visionaria” verso la missione è in difficoltà un po’ ovunque, non solo a Fermo. A questo si aggancia un’osservazione più amara, fatta da qualcuno, sulla scarsa attenzione che oggi le parrocchie riservano ai propri missionari. Viene fatto l’esempio concreto di padre Ilario Trobbiani, missionario originario di Corridonia, scomparso da poco. Una volta era stato per tre mesi nel suo paese di oprigine, durante un suo periodo di rientro in Italia ospite della sorella: nessuno dalla sua stessa diocesi — a parte don Gabriele Moroncini, legato all’associazione — si era fatto vivo con una telefonata, nemmeno per un saluto. Non si tratta di soldi, si osserva, ma di vicinanza: un piccolo segno che, in questo caso, è mancato quasi del tutto, anche da parte della sua stessa parrocchia d’origine.
Intervento di don Mario Moriconi

Alla domanda su come si distingua una vocazione sacerdotale “semplice” da una vocazione più propriamente missionaria, don Mario Moriconi — missionario in Argentina per dodici anni, tra il 1973 e il 1984 — risponde così: la scelta deve nascere da un desiderio autentico, sentito personalmente, mai imposto dall’esterno — “esci dalla tua terra”, come dice l’antico canto. Su questa base si innestano alcune condizioni imprescindibili. Prima di tutto la sincerità: chi non è sincero durante la formazione non lo sarà nemmeno dopo, e un prete che mente non serve a nessuno. Poi una fede autentica, un amore per Gesù Cristo capace di reggere anche le fragilità e le cadute della vita. Infine, la dimensione comunitaria: pur potendo, magari, gestire una parrocchia da solo, è bello — e importante — condividere il cammino con altri, rispettando chi procede più lentamente. Ognuno cammina con il proprio passo, e sapere accompagnare chi è più lento è forse la lezione più preziosa.
Don Mario osserva poi come, troppo spesso, si tenga separata la dimensione spirituale da quella della realtà concreta: si incontrano persone molto “spirituali” che però non vedono il fratello che hanno accanto. Un modo di vivere la fede troppo chiuso in se stesso, per il quale la parola “incarnazione” resta lettera morta: non si è capito che la fede va incarnata nella storia concreta delle persone. Oggi, aggiunge, si fa fatica a “stare”: si preferisce viaggiare, muoversi, e quando si incontra un problema si scappa, mentre è restando, non fuggendo, che le situazioni si risolvono davvero.
La cosa più bella, conclude don Mario, è vedere nascere piccole realtà nuove — in tante famiglie, in tante comunità — come un fiore che sboccia: non sappiamo quando fiorirà del tutto, forse non lo vedremo nemmeno noi, ma il compito è coltivarlo. È la parabola del lievito, forse più ancora di quella del seme: un processo lento, silenzioso, che chiede pazienza in un mondo che pretende tutto e subito, salvo poi accorgersi che la fretta produce spesso pasticci peggiori.
Intervento di padre Richard: il “missionario alla rovescia”
Padre Richard, sacerdote tanzaniano oggi parroco della comunità di Santa Maria a Mare a Fermo, viene presentato come “il missionario alla rovescia”: non parte dall’Italia per l’Africa, come i missionari di cui normalmente si racconta, ma è arrivato dalla Tanzania per essere missionario qui da noi.
Racconta come, la prima volta che vide dei missionari giunti a casa sua, li percepì come persone venute da lontano non solo per predicare, ma anche per portare qualcosa di concreto: scuole, ospedali. Fu proprio grazie ai missionari che ha potuto studiare, altrimenti, dice, oggi non sarebbe qui. Quando venne in Italia gli fu detto: attenzione, sarai il primo parroco africano qui, fai attenzione. Quell’avvertimento lo mise inizialmente in allerta, ma appena arrivato si è sentito accolto benissimo, al punto da non essersi mai sentito “l’africano”: segno, dice, che la formazione ricevuta dai missionari italiani ha funzionato, e segno di una comunità parrocchiale che, essendo essa stessa missionaria fin dalle origini, non può discriminare chi arriva da fuori.
Per padre Richard la differenza principale tra il missionario che parte per l’Africa e il missionario “alla rovescia” che arriva in Europa sta proprio qui: chi arriva in Europa non porta con sé scuole o ospedali da costruire, ma soltanto la propria vita e la propria testimonianza. “Se manca quello, non ho altro da datre.” La sua missione consiste nel vivere ciò che insegna: se prima l’Europa ha inviato missionari a fare la prima evangelizzazione altrove, ora tocca a lui portare ciò che oggi si chiama “rievangelizzazione”: risvegliare uno spirito che qui, forse, si è un po’ addormentato, senza pretendere di portare qualcosa di nuovo, perché la fede in realtà è già presente. Si tratta piuttosto di ravvivare un fuoco, non di accenderne uno nuovo.
Quest’anno con un piccolo gruppo della parrocchia — sei persone, tra cui alcuni presenti alla serata — ha raggiunto la Tanzania per un’esperienza missionaria estiva, in una parrocchia della Consolata a circa 600 chilometri dalla capitale. L’obiettivo non era “salvare l’Africa” — come ricorda anche padre Stefano, questo non è più il modo giusto di intendere la missione — ma stare accanto alla comunità locale, osservare come vive, cosa mangia, come organizza la vita quotidiana, per imparare da essa. Il parroco locale li ha poi accompagnati a visitare scuole e dispensari, e l’incontro si è concluso con suggerimenti reciproci molto concreti su come proseguire la collaborazione, tenendo conto che la vita di una parrocchia missionaria là è molto diversa dalla nostra: un solo parroco segue una vera e propria “rete” di scuole (materna, tecnica, media) e attività che coinvolgono moltissime persone.
I ragazzi, che sono partiti con lui, raccontano di essersi sentiti inizialmente osservati come “stranieri”, ma di aver scoperto rapidamente un popolo estremamente accogliente e aperto, capace di superare in fretta ogni distanza culturale e linguistica. Nella scuola materna, ottanta bambini seguiti da due sole maestre parlavano solo swahili, lingua che il gruppo non conosceva affatto; eppure si è riusciti comunque a farli giocare, a insegnare loro canzoncine e giochi in italiano. Un’esperienza che una delle partecipanti, descrive paragonandola scherzosamente al proprio dialetto: “ci si capiva lo stesso”. Anche il cibo ha sorpreso tutti in positivo, ribaltando l’immagine di un’Africa affamata e malnutrita che spesso si porta dietro chi non l’ha mai vista da vicino: la missione visitata si è rivelata ben organizzata, con acqua sufficiente grazie alla vicinanza di un fiume.
Una delle soddisfazioni maggiori del gruppo è stata contribuire a rimettere in funzione una turbina idroelettrica ferma da circa quindici anni, risalente al 1992: grazie al contributo di padre Richard, che ha individuato alcuni elettricisti disponibili, e alla tenacia di altri membri del gruppo, la turbina è tornata operativa con una spesa di poco più di tremila euro, contro un progetto alternativo — mai realizzato — che avrebbe richiesto circa 35.000 euro per rifare l’intero impianto elettrico in Italia e trasportarlo poi in loco. Un risultato che rende la missione autonoma dal punto di vista energetico, con un risparmio mensile significativo.
Conclusione
A chiusura della serata, si ringraziano tutti gli intervenuti — padre Stefano, padre Beppe, don Mario Moriconi e padre Richard — e il pubblico presente per una serata definita “ricchissima di testimonianze”. La serata si chiude in un clima conviviale, tra un caffè e qualche dolce, con la promessa di ritrovarsi presto per i prossimi incontri.
