Una famiglia oltre i confini. Il valore dell’adozione adulta di un giovane immigrato.


La storia di Djibriel: un viaggio dall’Africa al cuore delle Marche e dentro ad una famiglia fermana.

Sabato 23 Maggio 2026 ore 17.30, presso la Sala comunitaria della Casa delle Associazioni, in via Del Bastione 3 – Fermo si è parlato del VALORE DELL’ADOZIONE ADULTA. Attraverso una bellissima testimonianza  plurale abbiamo esplorato la possibilità dell’adozione di un giovane adulto immigrato da parte di una famiglia del nostro territorio. Una adozione quindi non solo oltre le differenze etniche, ma anche oltre la maggiore età.  Ci hanno raccontato la propria straordinaria esperienza Ennio Brilli, fotoreporter etnologista e sua moglie Maria Teresa, insieme al loro figlio adottivo Djibriel e alla nuora Aminata occupata con i loro due bambini. La testimonianza di due famiglie che sono diventate una: la prima fermana e l’altra senegalese. Uno straordinario esempio dalle molte valenze che ci invita a sognare davvero un mondo diverso oltre le secche dei terribili giorni che stiamo vivendo.

Il progetto e i protagonisti

Tutto comincia con un progetto di accoglienza avviato dal Comune di Fermo, chiamato “Era domani”, che aderisce al sistema SPRAR — il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, poi ribattezzato SIPROIMI durante il governo Salvini e infine diventato SAI, Sistema di Accoglienza e Integrazione. I cambi di nome, come nota con una punta d’ironia Marco Milozzi, uno degli operatori del progetto intervenuto all’incontro, riflettono bene la discontinuità con cui i governi italiani si sono approcciati al tema dell’accoglienza.

Il sistema SAI si distingue da altre forme di prima accoglienza perché non si limita a fornire vitto e alloggio, ma accompagna le persone verso una reale autonomia. I percorsi prevedono l’insegnamento della lingua italiana per almeno quindici ore settimanali, la formazione professionale, l’orientamento al lavoro, la tutela della salute e l’assistenza legale per il riconoscimento dei documenti. L’obiettivo è che, nell’arco di sei mesi fino a un massimo di un anno e mezzo, i beneficiari possano raggiungere una piena indipendenza. Un tempo limitato, ma necessario: un’accoglienza senza scadenza rischierebbe di trasformarsi in assistenzialismo.

Un’altra caratteristica del modello SAI è quella di ospitare i beneficiari in piccoli appartamenti distribuiti nel territorio, anziché in grandi strutture collettive. Una scelta precisa, orientata all’integrazione e alla normalità della vita quotidiana.

Il laboratorio di fotografia e l’incontro con Ennio

Djibriel con papà Ennio e mamma Teresa

Nei primi anni del progetto, Marco e i suoi colleghi decidono di organizzare un laboratorio fotografico per i ragazzi ospiti. Coinvolgono alcuni fotografi amici — tra cui Ennio Brilli, Gianfranco Mancini, Umberto Bufalini, Noris Cocci e Andrea Braconi — che accompagnano i giovani richiedenti asilo a scoprire il territorio: dal Faro di Pedaso al Teatro dell’Aquila di Fermo, macchina fotografica alla mano. Nasce così non solo un percorso artistico, ma anche un’esperienza di conoscenza reciproca.

Tra i partecipanti c’è Djibriel, un giovane senegalese che colpisce subito Ennio per la sua personalità. I due stringono un rapporto che va ben oltre i confini del progetto. Ennio decide di documentare una giornata nella vita di Djibriel: lo segue dalla mattina, quando si alza nel piccolo appartamento dove vive in accoglienza, fanno colazione insieme — Ennio porta i biscotti, Djibriel prepara il tè — prendono l’autobus fino a Porto San Giorgio, presso il CVM (Comunità Volontari per il Mondo), dove Djibriel frequenta la scuola. Da questa esperienza nasce un libro fotografico dal titolo “Una giornata di Djibriel Thioune”, un racconto per immagini della quotidianità di un giovane rifugiato nel cuore delle Marche.

La storia di Djibril: dalla Casamance all’Italia

Djibriel non è nato in Senegal, anche se è da lì che parte il suo lungo viaggio verso l’Europa. È nato a Freetown, in Sierra Leone, dove il padre faceva affari e aveva portato la sua famiglia. Il padre muore giovane, e la madre, rimasta sola, torna in Senegal con i figli. Anche lei morirà prematuramente, lasciando Djibriel orfano di entrambi i genitori. Ha ancora un fratello e una sorella in Senegal, ma la sua vita è segnata fin dall’inizio da perdite profonde.

Il percorso attraverso il deserto

La fuga comincia dalla Casamance, la regione più meridionale del Senegal, dove all’epoca imperversava un conflitto armato. Nel villaggio di Djibriel i giovani venivano arruolati a forza dai ribelli per trasformarli in combattenti. Djibriel scappa insieme a un amico — che non ce la farà a sopravvivere al viaggio — e inizia un’odissea che durerà più di due anni.

Il percorso è quello che molti altri migranti hanno dovuto affrontare, lo stesso raccontato nel film “Io capitano” di Matteo Garrone: dal Gambia al Senegal settentrionale, dove lavora nei campi di riso per raggranellare qualcosa; poi il Mali, il Burkina Faso, il Niger. Tutto in autostop, aggrappato ai camion che trasportano merci, senza documenti e quasi senza soldi. Si muove seguendo le persone che incontra, ciascuna in fuga per ragioni diverse, tutte accumunate dall’incertezza sulla meta.

Poi c’è la Libia. Entrare in Libia senza documenti significa cadere in mano ai trafficanti. Djibriel viene arrestato e rinchiuso in uno dei tanti centri di detenzione informali che costellano il paese. Il meccanismo è sempre lo stesso: si contattano i familiari, si chiede un riscatto, e chi non può pagare rimane imprigionato a tempo indeterminato. Djibriel resta in Libia quasi un anno, in condizioni durissime.

La liberazione arriva in modo quasi fortuito. Quando il carcere è troppo pieno, i trafficanti caricano le persone su furgoni notturni e le portano alla spiaggia, dove vengono spinte a forza su gommoni stracarichi. Djibriel si ritrova su un’imbarcazione con altre 170-175 persone, senza sapere dove stia andando, senza orologio, senza telefono. È notte. Dopo circa un giorno e una notte in mare, arriva un elicottero militare italiano — erano ancora i tempi dell’operazione Mare Nostrum — e poi una nave di soccorso. Nessuno a bordo capisce l’italiano. Djibriel conosce l’inglese, e diventa il tramite con i soccorritori. Sbarcano a Catania, dove vengono ospitati in un grande campo di prima accoglienza per ventotto giorni. Poi il trasferimento a Senigallia, vicino ad Ancona, dove Djibriel ottiene la protezione umanitaria dalla commissione territoriale.

L’arrivo a Fermo e il percorso di integrazione

Da Senigallia, Djibriel viene trasferito a Fermo, tra i primi beneficiari del progetto “Era Domani”. Qui frequenta corsi di italiano, poi la scuola media all’istituto CPA, consegue la terza media e partecipa ai percorsi di Garanzia Giovani per la formazione professionale. Prende la patente. Prende anche il patentino per guidare il trattore — una cosa che farà la gioia del papà di Ennio, appassionato di terra e di campagna. Nel frattempo, il legame con Ennio Brilli e la sua famiglia cresce di settimana in settimana.

Djibriel con i nonni

Djibriel, che all’interno del gruppo di accoglienza veniva informalmente considerato un punto di riferimento per gli altri ragazzi, comincia a frequentare casa di Ennio. Ennio lo porta a conoscere i suoi genitori, anziani ma vivaci, e Djibriel inizia ad aiutare il vecchio padre nel giardino, nell’orto, nella raccolta delle olive. Si crea un’atmosfera familiare autentica. I due anziani, forse per la prima volta nella vita, si trovano a condividere il quotidiano con una persona di origine africana — e, come racconta Ennio con emozione, non si sono mai accorti che Djibriel fosse “scuro”. Lo vedevano semplicemente come una persona, come un ragazzo di casa.

L’incidente, la notte di paura e la svolta

Nel settembre del 2019 Ennio ha un grave incidente e viene ricoverato in coma all’ospedale di Ancona per due settimane. La moglie Teresa si ritrova sola a gestire una situazione devastante: il marito in rianimazione, e i suoi suoceri — entrambi oltre i novant’anni, padre e figlio unico — che vivono al piano di sotto. Teresa fa la spola tra Fermo e Ancona, accompagnata da amici e a volte da Djibriel, cercando di non far trasparire ai vecchi genitori la gravità della situazione.

La paura più grande non è nemmeno quella di perdere Ennio: è il pensiero di una telefonata notturna dall’ospedale che la costringa a uscire di casa nel cuore della notte, lasciando soli i due anziani, che avrebbero capito immediatamente che qualcosa di irreparabile era accaduto. Un’angoscia che Teresa descrive come più devastante persino del lutto che stava cercando di tenere a bada.

Un pomeriggio chiama Djibriel. Gli chiede semplicemente: “Vieni a dormire qui, per favore.” Djibriel la guarda, dice “Va bene”, torna a casa sua, prende due cose e non se ne va più. Da quel momento entra a fare parte della famiglia.

Il matrimonio in Senegal e l’arrivo di Aminata

La suocera Maria Teresa accoglie la nuora con un mazzo di fiori

Nel frattempo Djibriel ha una compagna in Senegal: Aminata, che lo ha aspettato per sette anni mentre lui percorreva mezzo mondo e costruiva una nuova vita in Italia. Nel 2021, dopo che Ennio si è ripreso dall’incidente e ha ripreso a muoversi, i due partono insieme per il Senegal: Ennio accompagna Djibriel al matrimonio. Teresa rimane a Fermo ad accudire i suoceri, ancora in vita all’epoca. “Mi sembrava molto bello che potesse fare questo viaggio”, dice, con quella serenità quieta di chi sa stare in secondo piano nel momento giusto.

Aminata si trasferisce poi in Italia, e la piccola famiglia si allarga ulteriormente con l’arrivo di due bambini. Nelle foto scattate negli anni successivi si vede la nonna — la madre di Ennio, ormai novantatreenne — incuriosita dalla collana che porta Djibriel, o i compleanni festeggiati insieme, o le uscite al cinema e le pizze condivise. Una normalità costruita con pazienza, fatta di piccoli gesti e di una fiducia che cresce giorno dopo giorno.

L’adozione: quando la burocrazia incontra l’amore

L’idea dell’adozione matura gradualmente, quasi naturalmente. Ennio e Teresa non hanno figli. Hanno una casa, hanno spazio, hanno affetto. Come racconta Teresa: “Ci siamo detti: c’è questo ragazzo, c’è una casa disponibile, non dobbiamo fare sforzi particolari — perché non lo prendiamo con noi?” La decisione si consolida nel tempo, alimentata da ogni pranzo condiviso, da ogni pomeriggio in orto, da ogni risata scambiata tra Djibriel e il suocero.

Quando arriva il momento di avviare l’iter burocratico, Ennio e Teresa scoprono che l’adozione di un maggiorenne straniero — pur non avendo la complessità di quella di un minore — richiede comunque alcuni passaggi precisi. Occorre innanzitutto procurarsi l’estratto dell’atto di nascita dell’adottato, redatto su formulario plurilingue (nel caso di Djibriel, in francese e italiano); l’estratto di matrimonio degli adottanti; e le fotocopie dei documenti di identità di tutte le parti. Il tutto viene consegnato a un avvocato, che ha il compito di ricostruire la storia e preparare il fascicolo per il tribunale.

Nel loro caso, l’avvocato chiede anche qualcosa di più personale: una paginetta scritta di proprio pugno, in cui Ennio e Teresa raccontano la loro storia con Djibriel — com’era nata la relazione, come si erano trovati insieme, cosa aveva significato per ciascuno. Un documento umano, oltre che legale.

Poi arriva la convocazione in tribunale. Si presentano tutti: Ennio e Teresa, Djibriel e Aminata, e i loro due bambini. Davanti al giudice raccontano la loro storia — quella stessa storia che già conoscono a memoria, ma che in quell’aula assume un peso diverso, solenne e insieme commovente. Nel giro di poco tempo arriva la sentenza: la domanda di adozione è approvata.

Ennio descrive il momento con una semplicità disarmante: “Il passaggio è stato naturale, perché Djibriel e Aminata stavano già qui con i bambini quando è arrivata la sentenza definitiva. Non l’abbiamo nemmeno sentita, l’adozione, perché loro facevano già parte della nostra famiglia da tempo.” Non c’è stato un prima e un dopo: solo una realtà che ha trovato, alla fine, il suo riconoscimento ufficiale.

Due famiglie, una sola storia

Oggi Djibriel è a tutti gli effetti figlio di Ennio e Teresa. Aminata è parte della famiglia. I bambini crescono con i nonni adottivi, in una casa in campagna nelle Marche, con un orto da coltivare e gli ulivi da raccogliere in autunno. La famiglia biologica di Djibriel in Senegal — la sorella, il fratello — sa e approva. Non c’è stata perdita di radici: c’è stata un’espansione di affetti.

La storia di Djibriel, Ennio, Teresa e Marco non è solo una storia commovente. È anche una dimostrazione concreta che l’accoglienza può funzionare quando è pensata come incontro tra persone, non come gestione di un’emergenza. Il progetto SPRAR/SAI di Fermo, con i suoi laboratori, le sue uscite sul territorio, la sua attenzione al singolo, ha creato le condizioni perché quell’incontro avvenisse. Il resto lo ha fatto la vita.

Djibriel, che è partito dalla Casamance per non diventare un soldato, che ha attraversato il deserto e il Mediterraneo, che ha vissuto in un carcere libico e su un gommone in mezzo al mare, oggi ha una famiglia, un nome italiano aggiunto al suo, un orto da coltivare e nipotini che corrono per casa. Alhamdulillah, dice lui — grazie a Dio. E anche grazie a qualcosa di molto umano: la disponibilità di alcune persone a vedere, nell’altro, semplicemente una persona.

L’incontro presso la sala conferenze della Casa delle Associazioni di Fermo