Bolivia, ai confini del mondo e della fede


Martedì 26 Maggio 2026, abbiamo avuto, in un incontro organizzato all’ultimo minuto, una bella conversazione con Ermelinda Sergolini, originaria di Mogliano (MC) e missionaria a Montero da trentacinque anni in Bolivia. Una missionaria della nostra diocesi che in pochi conoscono. Ci ha offerto un quadro del suo paese di elezione, la Bolivia, davvero inquietante, anche sei nostri vergognosi mezzi di comunicazione non ne parlano mai!

Il “piccolo resto” presente all’incontro con Ermelinda Sergolini missionaria in Bolivia.

Ermelinda Sergolini è partita da Mogliano (MC) per la Bolivia nel 1991. Da allora — salvo una parentesi argentina e anni a Cochabamba — non ha mai smesso di stare accanto agli ultimi di Montero, una città nel cuore della pianura orientale boliviana. L’abbiamo incontrata due sere prima della sua ripartenza, nel clima familiare di un piccolo gruppo di amici e sostenitori che la seguono da più di ventisei anni. Ha parlato con la semplicità di chi ha visto tutto, e non ha perso la speranza in niente.

Una traiettoria lunga trentacinque anni

La storia di Ermelinda con la Bolivia inizia nel 1991, quando arriva per la prima volta a Montero. Ci resta fino al 2003, poi la congregazione la sposta in Argentina per cinque anni. Dal 2009 al 2018 è di nuovo in Bolivia, ma a Cochabamba, la grande città andina. Infine torna a Montero, dove si trova ancora oggi.

«Una cosa è parlare della Bolivia», dice, «e un’altra è viverla. Quando uno la vive, non è più qualcosa che si racconta: è qualcosa che ha sperimentato nella propria vita.» È questa la sua risposta a chi vorrebbe capire senza andare, e il suo invito costante a venire di persona, almeno una volta. Fra un po’ dovrebbero arrivare dal bolognese due ragazze che resteranno per un mese e una giovane coppia con bambini per due settimane. L’invito pertanto è anche per gli amici di Aloe.

Con lei, nella comunità di Montero, ci sono altre tre consorelle. Sono in quattro a gestire un centro sociale, una presenza pastorale che copre una parte considerevole di una parrocchia da centomila abitanti, e tutto quello che nel mezzo capita ogni giorno.

Un paese in bilico: la crisi boliviana

Prima di parlare del lavoro quotidiano, Ermelinda ci aggiorna sulla situazione del paese. E il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante.

Per anni la Bolivia è stata governata da Evo Morales e dal suo partito, con una linea chiaramente spostata a sinistra: filo-cubana, filo-russa, con stretti legami con Iran e Cina. Il risultato, alla fine del ciclo, è stato disastroso: casse dello Stato vuote, carburante introvabile, dollari scomparsi dalla circolazione. Chi aveva un conto in dollari si ritrovava a ricevere boliviani, con una svalutazione di fatto della moneta che ha eroso i risparmi di intere famiglie.

Alle ultime elezioni ha vinto un candidato di centrodestra, in un ballottaggio tra due candidati dello stesso orientamento. Il nuovo governo ha ereditato un paese svuotato. Una delle prime mosse è stata eliminare i sussidi statali ai carburanti — che prima erano a carico dello Stato — con il risultato di un immediato aumento dei prezzi. Nel frattempo è comparsa benzina adulterata, mischiata con acqua, che ha danneggiato migliaia di motori, tra cui il furgone della comunità di Ermelinda: ventimila boliviani di danni.

Ma il peggio, racconta Ermelinda, è arrivato nelle settimane prima del nostro incontro. Da venti giorni la Bolivia è bloccata: strade chiuse, città accerchiate da campesinos che impediscono il transito di merci e persone. La Paz, la capitale, è praticamente assediata. Gli ospedali hanno dichiarato riserve di ossigeno per soli sei giorni. Non entrano camion, non circolano alimenti. Il prezzo di un quintale di riso è raddoppiato: da 300 a 650-700 boliviani. Un pollo, che era l’alimento più economico, è passato a 120 boliviani: in pochi anni il potere d’acquisto si è ridotto a un decimo.

«Chi sta peggio», dice senza esitare, «è chi era già sulla soglia della povertà. Adesso è scivolato sotto.»

I blocchi stradali sembra siano organizzati e pagati — trecento boliviani a chi occupa un incrocio, oppure la minaccia di confiscare il terreno a chi non collabora. Lo scopo dichiarato è far cadere il governo, formato da appena cinque mesi fa. La chiesa cattolica prova a mediare, ma anche i vescovi fanno fatica a orientarsi in uno scontro che ha radici profonde e un odio cresciuto in vent’anni tra le etnie indigene dell’altopiano e la popolazione mista della pianura orientale.

«Dobbiamo pregare per la pace in Bolivia», dice Ermelinda. «Speriamo non si arrivi a una guerra civile.»

Il centro sociale: ottanta bambini, quattro educatori e un sogno

Nel mezzo di tutto questo, il centro sociale di Montero continua a funzionare. Ogni giorno accoglie una ottantina di bambini, divisi tra turno mattutino e pomeridiano, perché le scuole pubbliche boliviane lavorano su doppio turno per gestire le classi numerose.

I bambini vengono selezionati con criteri precisi: devono frequentare la scuola pubblica (chi può permettersi la privata non rientra nel progetto), avere un reddito familiare al di sotto di una certa soglia, non avere casa di proprietà o vivere in condizioni precarie. Madri sole, famiglie con violenza domestica, bambini affidati ai nonni — spesso analfabeti — che non possono aiutarli nemmeno con i compiti più semplici. Sono queste le famiglie che il centro cerca di raggiungere.

Il doposcuola non è un optional: a casa molti bambini non hanno un tavolo, non hanno una sedia, non hanno qualcuno che sappia leggere. Il centro offre loro uno spazio fisico, quattro educatori che seguono i compiti e mantengono i contatti con le scuole di provenienza, lezioni di informatica, musica — strumenti acquistati grazie a una donazione — e sport.

C’è anche un’assistente sociale, che segue le famiglie nel loro contesto, e una psicologa che viene tre volte a settimana. Perché aiutare il bambino senza capire cosa succede a casa, spiega Ermelinda, non basta.

Ogni mese le famiglie ricevono una borsa alimentare. All’inizio dell’anno scolastico, il centro distribuisce materiale scolastico e l’uniforme, obbligatoria per accedere alle classi pubbliche. In caso di malattia, il centro cerca di coprire almeno una parte delle spese mediche — in Bolivia i medicinali si comprano fuori, anche quando si è ricoverati in ospedale.

In cambio, i genitori devono partecipare alla «scuola per padri», incontri periodici su temi come la genitorialità e la gestione della violenza educativa. «Qui si usa ancora la cinghia», dice Ermelinda con una nota di pragmatismo. «Stiamo cercando di aiutarli a fare diversamente.» Se un genitore non partecipa, il figlio perde il diritto alla borsa alimentare. Non è una punizione, è un meccanismo per tenere vivo il patto con le famiglie.

Il caso di una bambina: solidarietà e costi della sanità

Tra i bambini del centro c’è una bambina che ha attraversato mesi durissimi. Affetta da una malattia spinale, avrebbe dovuto subire un intervento rischioso per rimuovere del tessuto adiposo dal midollo. I medici sapevano che c’era il rischio di compromettere la sua capacità di camminare e di controllare le funzioni corporee — eppure lei, fino all’operazione, camminava e funzionava meglio di quanto la diagnosi lasciasse sperare.

L’intervento è andato bene nella prima settimana. Poi è sopraggiunta una meningite post-operatoria. La bambina è rimasta quasi due mesi in ospedale, si è ripresa, è tornata a casa — e dopo tre giorni è stata riportata d’urgenza con febbre alta, vomito e un nuovo tipo di infezione. Adesso potrebbe servire un altro intervento per una complicanza polmonare, ma la bambina è ancora troppo debole.

La famiglia è poverissima. La madre — cinque figli, il più piccolo di due anni — ha passato quei due mesi in ospedale notte e giorno. Si alzava alle quattro di mattina per raggiungere un’associazione che vende farmaci a prezzi calmierati, perché in Bolivia l’ospedale cura ma le medicine le devi comprare tu: ogni ricetta superava i 700-800 boliviani al giorno, e una singola fiala per la meningite ne costava 800. Prima dell’operazione, avevamo organizzato una lotteria per raccogliere fondi. Il centro ha fatto appelli ai propri sostenitori. Insieme si è riusciti a coprire i costi, ma la situazione resta fragile.

«Ha una mamma incommensurabile», dice Ermelinda. «È una persona semplicissima, ma non lascia i figli in nessun momento. Se deve fare sacrifici, li fa.»

Come si sostiene la missione

Il centro si regge su una struttura di finanziamento composita, fragile e molto concreta. La voce principale sono le adozioni a distanza: ogni padrino contribuisce circa 300 euro all’anno, e questo garantisce una base relativamente stabile per pagare gli stipendi del personale — quattro educatori, un’assistente sociale, una psicologa, una segretaria — tutti assunti regolarmente, con contributi previdenziali e ferie pagate. Il salario minimo boliviano è 3.000 boliviani al mese, equivalenti a circa 300 euro.

Le donazioni dall’Italia e dagli altri paesi in cui è presente la congregazione coprono invece i progetti speciali: le spese mediche straordinarie, i materiali scolastici, l’acquisto di strumenti musicali. Non sono intercambiabili con il budget ordinario: se arriva una donazione per un’operazione chirurgica, non si può usarla per pagare il professore di musica.

In Bolivia, il centro raccoglie qualcosa attraverso iniziative locali — tombolate, raccolte in occasione di feste — e riceve donazioni in natura da altre istituzioni: il Rotary, gruppi parrocchiali, l’università. Tra le congregazioni c’è anche uno scambio: se la Caritas ha borse alimentari in eccesso, le passa al centro; se il centro avanza quintali di riso, li cede a chi ne ha bisogno.

Dallo Stato non arriva nulla. Le suore non sono riconosciute come operatrici sociali, non ricevono alcun finanziamento pubblico. «Siamo religiose consacrate», dice Ermelinda. «Per lo Stato siamo quello, e basta.» Si sta cercando di capire se sia possibile accedere a fondi europei o della CEI, ma è un percorso ancora tutto da costruire.

Anche all’interno della congregazione, ogni comunità deve «reggersi sulle proprie gambe»: la casa madre non può sostenere economicamente le singole missioni. Le suore lavorano nella pastorale e nel centro senza ricevere uno stipendio, affiancando un parroco che non c’è — perché la parrocchia, di centomila abitanti, non ha un prete fisso. Vengono a celebrare la messa, e poi se ne vanno.

Il sogno della mensa — e dell’orchestra

Il progetto più urgente è la costruzione di una mensa. Adesso il centro riesce a garantire una merenda a metà mattina e una a metà pomeriggio — non un pasto completo, perché mancano spazio, cucina e personale. Costruire un edificio dedicato, con cucina annessa, permetterebbe di assicurare almeno un pasto caldo al giorno a ogni bambino. In un contesto dove il costo di un pollo è diventato proibitivo per molte famiglie, non è un lusso.

C’è poi un sogno più lontano, che Ermelinda racconta con un sorriso. In Bolivia esistono orchestre di bambini poveri che eseguono musica classica e barocca a livelli straordinari. L’idea sarebbe formare qualcosa di simile: dare a questi bambini uno strumento, un’aula, un maestro, e con il tempo portarli a suonare in eventi pubblici, magari anche in Europa. «Li togli dalla loro realtà», dice. «Gli apri un orizzonte.» Sa benissimo che è un progetto enorme, costoso, lontano. Ma sogna in grande, e non se ne scusa.

Profeti in patria: l’isolamento istituzionale

C’è un filo che percorre tutta la conversazione con Ermelinda, quasi sottovoce, e che vale la pena mettere in chiaro. A seguirla, da questa parte del mondo, sono in pochi: questo piccolo gruppo di amici, la parrocchia locale, qualche benefattore. Il resto — gli ambienti che per ruolo o vocazione dovrebbero conoscerla e sostenerla — sembra ignorarne l’esistenza.

La diocesi di Fermo ha una storia missionaria nobile e concreta. Nel 1962, per celebrare i vent’anni di episcopato del vescovo Norberto Perini, fu prodotto il volume «Fermo missionaria»: due anni di lavoro per rintracciare i 73 missionari originari della diocesi sparsi nel mondo, di ogni congregazione e continente. Un’impresa che testimoniava quanto profondo fosse il senso di appartenenza tra la chiesa locale e chi era partito. Di quella tradizione oggi rimane poco, almeno a livello istituzionale. Il Centro Missionario diocesano, per quasi un decennio, ha ritenuto opportuno occuparsi esclusivamente di una sola missione, come se quella fosse diventata «la missione della diocesi», e le altre non contassero. Ermelinda, che da Montero manda lettere e aggiornamenti da trent’anni, è rimasta sempre ai margini di questa visibilità ufficiale.

L’unico vescovo che l’ha seguita davvero era stato monsignor Franceschetti: le scriveva, la cercava, era venuto a trovarla di persona. È morto giovane, e con lui si è interrotto quel filo. Il vescovo attuale non l’ha mai contattata. Non è una lamentela, quella di Ermelinda. È qualcosa di più sottile: la constatazione che il legame tra una chiesa locale e i suoi missionari nel mondo richiede cura, memoria, continuità. E che quando queste mancano, chi è partito si ritrova a dipendere solo da reti informali — un gruppo di amici, una parrocchia amica, un benefattore incontrato per caso — per portare avanti un lavoro che vale centinaia di famiglie.

Ventisei anni di legame

Il filo che unisce Ermelinda a questo gruppo di amici fermani di ALOE va avanti dal 2000, quando lei era già a Montero da quasi dieci anni ed era tornata per la prima volta in Italia. Da allora siamo sempre rimasti in contatto, anche se la stessa associazione dopo anni di notevole partecipazione, si ritrova ora con poche persone. «L’importanza non è quanti siete, o quanto grande o piccolo sia un incontro. È mantenere i legami con noi missionari», dice Ermelinda. In un mondo che tende a misurare tutto, è una piccola lezione di fedeltà.

Grazie ad un amico di Aloe che ha preso particolarmente a cuore la missione di Ermelinda, anche questa volta abbiamo potuto chiudere il nostro incontro con una donazione che potrà diventare fra qualche giorno un piccolo aiuto prezioso per i bambini del centro a Montero.

Due giorni dopo, Ermelinda riparte per la Bolivia, ormai il suo paese di elezione e di vita.

Franco porge ad Ermelinda il piccolo contributo per i suoi bambini di Montero.