Un viaggio tra storia, fede e solidarietà internazionale, con una studiosa originaria di Porto San Giorgio e protagonista per oltre quarant’anni della ricerca universitaria a San Paolo del Brasile. Presentiamo qui il resoconto della conferenza tenutasi a Fermo sabato 6 Giugno presso la Casa delle Associazioni, nell’ambito del ciclo “La ricchezza nascosta — dal territorio di Fermo ai territori del mondo”, seconda edizione 2026. La prof.ssa Marina Massimi ci ha presentato il libro da lei curato: “Da Fermo al Mondo. Missionari gesuiti fermani in terre ultramarine”. Una storia straordinaria!
La registrazione della conferenza
Come nasce questo incontro
La storia di questa serata comincia quasi per caso, come spesso accade alle cose più significative.
L’Associazione Aloe è attiva nel territorio della diocesi di Fermo da quasi trent’anni — le prime attività risalgono al 1997 — con un obiettivo preciso: far conoscere ai fermani i propri concittadini che si trovano in giro per il mondo nel segno della solidarietà e dell’evangelizzazione. Il nome dell’associazione è un acronimo: Asia, Africa, America Latina, Oceania, Europa — i cinque continenti dove, già all’atto della fondazione, erano presenti 53 persone originarie del territorio. Con alcune di loro è nata una storia lunga che dura ancora; con altre il contatto non è nato o si è perso nel tempo. Il lavoro dell’associazione è insieme pratico — sostegno a piccoli progetti concreti — e culturale: far emergere quella che chiama “la ricchezza nascosta”, ovvero tutto ciò che questo territorio genera in termini di vocazioni, generosità e presenza nel mondo, spesso nell’invisibilità più totale. Ne è un esempio emblematico Ermelinda Sergolini di Mogliano, missionaria da trentacinque anni in Bolivia: la conosce la sua parrocchia, l’associazione, e pochi altri.
Nel ciclo di incontri 2026 è entrato anche un appuntamento di carattere storico, sulla scia di quello tenuto l’anno precedente con il ricercatore Emanuele Luciani sui missionari fermani in Asia dal Cinquecento in poi. Da quell’incontro era emerso il nome di Teodorico Pedrini, grande figura fermana, e quello di Giovanni Laureati, gesuita di Montecosaro — entrambi presenti in Cina, entrambi protagonisti, da fronti opposti, della celebre “Questione dei riti cinesi”. Pedrini, lazzarista, e Laureati, gesuita, erano i due leader delle due posizioni ecclesiali che si fronteggiavano: i gesuiti, aperti al dialogo con la cultura cinese, ritenevano i riti locali privi di contenuto religioso e quindi compatibili con il cristianesimo (una posizione che rimanda direttamente al gesuita Matteo Ricci da Macerata); dall’altra parte, francescani e domenicani sostenevano una linea più chiusa. Vinsero i secondi, e la Cina rimase chiusa per duecento anni.
Cercando Giovanni Laureati su internet, abbiamo trovato il libro Da Fermo al Mondo — missionari gesuiti del Fermano in terre ultramarine. Il titolo ci aveva colpito immediatamente — il motto dell’associazione è quasi identico — e lo abbiamo acquistato scoprendo che il libro non parlava della Cina, bensì di un’altra storia di straordinaria portata: l’America Latina e le riduzioni gesuitiche. L’idea di organizzarvi un incontro nasce immediatamente. La Biblioteca Spezioli di Fermo, che aveva già organizzato una presentazione del libro al momento della sua pubblicazione nell’anno precedente, suggerisce di contattare direttamente la curatrice del volume, la professoressa Marina Massimi — che però risiede in Brasile. Le abbiamo scritto, senza grandi aspettative, chiedendole chi potevamo invitare per una nuova presentazione del libro. Tre giorni dopo, la risposta: “Vengo io, perché da metà maggio a metà settembre sono in Italia.” Da quell’email è nata la serata.
La Compagnia di Gesù e il suo ideale missionario
La professoressa Marina Massimi è una storica dei saperi psicologici, e vive da molti anni in Brasile, immersa nel contesto della cultura brasiliana. Ha incontrato i gesuiti studiando la storia della psicologia nel periodo coloniale: i loro documenti erano ovunque. Da lì è nata una ricerca che l’ha portata a occuparsi dell’epopea missionaria della Compagnia di Gesù, e infine al libro presentato questa sera, frutto del lavoro collettivo di molti studiosi.
Per introdurre la storia, la professoressa parte da un’immagine: un lemma — un emblema iconico prodotto dai missionari gesuiti nel genere letterario dei Magna ac mirabilia primi saeculi — che sintetizza l’ideale della Compagnia nei secoli XVI, XVII e XVIII. Il motto recita: Un mondo solo non basta. Nell’immagine sono raffigurate entrambe le metà del globo. L’idea di fondo è che la Compagnia di Gesù sia chiamata a portare l’esperienza missionaria in ogni angolo della terra, senza eccezioni geografiche.
Il periodo storico di riferimento va dal 1540 — anno di fondazione della Compagnia per mano di Ignazio di Loyola — al 1773, anno della sua soppressione da parte della Santa Sede. Dopo decenni di estinzione, la Compagnia sarà ricostituita nel 1814 e dura fino ai nostri giorni. Era gesuita anche papa Francesco. L’identità di questo corpo è ben descritta dallo storico contemporaneo Emanuele Colombo, uno degli autori del libro: i figli spirituali di Ignazio si concepivano come parte di un corpo pronto a rispondere in molti modi alla chiamata di Dio — potevano diventare predicatori, teologi, confessori, scienziati, musicisti — ma si pensavano soprattutto come missionari. L’evangelizzazione nelle terre lontane descriveva meglio di ogni altra attività la loro identità.
Le Marche nell’epopea missionaria
Le Marche sono state una delle protagoniste di questa epopea, perché qui sorsero vari collegi della Compagnia e molti giovani marchigiani cominciarono a desiderare di appartenervi. L’esempio più celebre è Matteo Ricci da Macerata, apostolo della Cina. Meno noto, ma altrettanto rilevante, è il fabrianese Giuseppe Cataldini — fondatore nel 1610 della prima riduzione in Paraguay, dedicata non a caso a Nostra Signora di Loreto.
I collegi della Compagnia nelle Marche erano presenti ad Ancona, Recanati, Macerata, Loreto e Fermo. Da questi istituti partivano verso Roma, indirizzate al Padre Generale, numerose lettere di un tipo particolare: le indipetae, dal latino Indias petere, “chiedere di andare alle Indie”. Le scrivevano novizi e studenti in formazione per manifestare il desiderio di essere inviati in missione. Il termine “Indie” va inteso nel senso dell’epoca: le Indie orientali comprendevano tutta l’Asia allora conosciuta; le Indie occidentali erano le Americhe.
Il Collegio di Fermo
Il Collegio della Compagnia di Gesù a Fermo fu fondato nel 1609. Si trovava nel palazzo Euffreducci, che molti secoli dopo sarebbe diventato il Liceo Classico Annibale Caro. La professoressa Massimi — che vi ha studiato cinque anni — confessa di non aver mai saputo, durante tutta la sua frequenza scolastica, che quell’edificio fosse stato il collegio della Compagnia. Il Collegio era aggregato all’Università di Fermo e aveva anche la funzione di formare docenti universitari. Vi studiavano e insegnavano giovani del Fermano, ma anche di altre parti delle Marche e d’Italia.
Come avveniva la formazione alla vocazione missionaria — quella che la professoressa chiama “incubazione” alla duplice chiamata, alla Compagnia e alla missione? Attraverso tre strumenti fondamentali.
Il primo erano gli incontri con i missionari esperti e i procuratori delle missioni: alcuni gesuiti con l’incarico specifico di visitare sistematicamente i collegi, presentare le necessità delle diverse aree missionarie e chiamare i giovani a candidarsi.
Il secondo erano il teatro e le immagini: il teatro era uno dei generi più praticati nelle scuole gesuitiche. I quadri raffiguravano le storie dei martiri missionari, modelli di dedizione totale fino al sacrificio della vita, e contribuivano a formare nell’immaginario dei giovani un orizzonte di senso ampio e avventuroso.
Il terzo erano i libri: le biblioteche dei collegi gesuitici erano straordinariamente ricche e organizzate. Uno degli studiosi del volume le descrive come luoghi dove i libri erano “strumenti attivi di apostolato, accessibili, aggiornati e disciplinatamente organizzati”. Poiché i libri costavano e non tutti potevano acquistarli, il prestito bibliotecario faceva dei collegi dei veri poli culturali per le città in cui erano inseriti. Attraverso quei libri i giovani cominciavano a viaggiare con la mente, a conoscere i nuovi mondi, a desiderare di raggiungerli.
Le lettere indipetae: un archivio dell’anima
Di queste lettere ne esistono 24.000, tutte conservate negli archivi della Compagnia a Roma, in via Borgo Santo Spirito, e oggi accessibili anche attraverso un grande database digitale curato dal Boston College — università della Compagnia — fondato su un’idea dello storico Emanuele Colombo: raccogliere le trascrizioni delle lettere (tutte manoscritte) che i vari studiosi nel mondo stavano usando per le proprie ricerche, e renderle liberamente disponibili a chiunque. Basta cercare “indipeta database” su Google. Vi si trovano le trascrizioni, le immagini degli originali, le parole chiave, le informazioni biografiche. Il database non è ancora completo — il processo di trascrizione è in corso — ma è già uno strumento preziosissimo. Un contributo significativo è venuto dagli studenti del Liceo Classico di Fermo, che nell’ambito del programma di alternanza scuola-lavoro, su iniziativa del compianto Pietro Ferracuti e di sua moglie Maria Chiara, hanno trascritto numerose lettere.
Cosa ci rivelano questi documenti? Prima di tutto, la natura del desiderio missionario. La parola “desiderio” è la più ricorrente, quantitativamente, nell’intero corpus delle indipetae: per questo si usa questo termine quando si parla della chiamata alla missione. Era il modo in cui i candidati stessi lo descrivevano, pur con stili molto diversi — c’erano giovani di grande cultura letteraria e altri che faticavano a esprimersi nella propria lingua, lettere di cinque fogli fitti di autobiografia e lettere di poche righe. Ma tutte condividevano due tratti: il desiderio di partire per terre lontane, e la consapevolezza che questa partenza significava collaborare alla missione della Trinità.
Questa dimensione spirituale era radicata negli Esercizi Spirituali di Ignazio, il testo fondativo dell’identità gesuitica. In una delle meditazioni della seconda settimana — il corso degli Esercizi dura circa un mese — il candidato è invitato a immaginare il mondo nella sua intera diversità e complessità: “Vedo gli abitanti della terra così diversi sia nelle vesti sia negli atteggiamenti. Alcuni bianchi e altri neri, alcuni in pace e altri in guerra, alcuni che piangono e altri che ridono, alcuni sani e altri malati, alcuni che nascono e altri che muoiono.” Poi vede le tre persone divine che osservano dall’alto questa realtà e decidono di incarnarsi per redimere il genere umano. Chi percorre gli Esercizi vuole entrare in questo movimento, collaborarvi, parteciparvi con tutta la propria esistenza.
Come si descrive questo desiderio nelle lettere? È incontenibile, non può essere taciuto. Cresce nel tempo, non è un semplice pensiero passeggero ma coinvolge tutta la persona — i candidati parlano di sogni, lacrime, immaginazioni, memorie. È un desiderio che invade la persona intera.
Il percorso della lettera prevedeva che il candidato verificasse anzitutto il proprio desiderio attraverso la preghiera, la meditazione, gli Esercizi e il dialogo con il direttore spirituale. Quando questi riteneva che fosse il momento opportuno, dava il permesso di scrivere, e la lettera rendeva pubblico quel desiderio — il candidato diventava così un indipetente. La lettera era inviata al Padre Generale, a cui spettava la decisione ultima sull’invio di ogni gesuita. Questo canale diretto — dal giovane a Roma, bypassando i superiori intermedi — era prezioso: il rettore di un collegio poteva avere molto interesse a trattenere un bravo professore, ma una volta che la lettera era scritta e partita, era il Generale a decidere.

Dal Collegio di Fermo: le lettere e i destini
Dal Collegio di Fermo sono emerse finora dieci lettere indipetae, scritte tra il 1630 e il 1645 da professori e studenti nati o residenti a Fermo. Le destinazioni richieste erano varie: Giappone, Cina, Etiopia, Paraguay, Messico, Brasile. Ma i destini effettivi furono spesso diversi da quelli sperati.
Alcuni non ricevettero mai risposta e rimasero in Italia. Pietro Merli, giovane toscano venuto a insegnare a Fermo, fu esplicitamente rifiutato: era così bravo come professore che il Padre Generale decise di tenerlo al Collegio Romano, dove i docenti di valore erano indispensabili. Sertorio Interverio, abruzzese di origine ma studente a Fermo, ottenne invece l’invio — e morì in mare durante il viaggio verso le Indie orientali. Il naufragio era un rischio reale e frequente: non si arrivava in missione prendendo un aereo, e molti non arrivavano affatto.
Ci sono però quattro gesuiti legati a Fermo che riuscirono a partire per le Indie occidentali, e a loro è dedicata la serata: Giovanni Ferro, Angelo De Magistris, Onofrio Carpini e Tommaso Graffigna.
La Madonna di Loreto: la prima a partire
Prima di raccontare le quattro storie, la professoressa Massimi introduce un elemento che connette le Marche all’America Latina in modo sorprendente e duraturo: la devozione alla Madonna di Loreto.
I gesuiti furono presenti al Santuario di Loreto quasi fin dalla fondazione dell’ordine, chiamati a servire come sacerdoti. Il culto della Madonna di Loreto divenne presto centrale nella storia della Compagnia, e i missionari lo esportarono sistematicamente nel Nuovo Mondo — America del Sud, centrale e del Nord. Una devozione che non è solo un fatto storico: sopravvive ancora oggi in quelle regioni.
Il raccordo tra Loreto e le riduzioni è preciso e documentato. Diego de Torres Bollo, gesuita spagnolo missionario in Perù, fu colui che concepì il progetto delle riduzioni, la grande esperienza di città cristiane costruite con i guaraní nel cuore del Sud America. Quando ottenne il consenso della provincia del Perù, si recò a Roma a sottoporre il progetto al Papa e al Padre Generale, e poi in Spagna a ottenere l’approvazione di Filippo II. Nel viaggio di andata, si fermò a Loreto e fece un voto: se il progetto fosse andato in porto, avrebbe diffuso la devozione alla Madonna di Loreto in tutte le province gesuitiche dell’America Latina. Mantenne la promessa. In Cile, dove operò come missionario, fondò la Congregazione della Madonna di Loreto tra i nativi araucani; in una lettera racconta come le donne della congregazione partecipano con intensa devozione alle funzioni, ornano l’immagine della Vergine con fiori, pregano, donano i propri beni e cantano inni.
La prima riduzione, fondata da Cataldini nel 1610, fu dedicata a Nostra Signora di Loreto. Un affresco raffigurante la Santa Casa si trova ancora in una riduzione del Paraguay, nella missione di Santa Rosa. Una statua della Madonna di Loreto, scolpita dai guaraní insieme ai gesuiti e sopravvissuta alla distruzione delle riduzioni perché portata in salvo da alcune famiglie indigene, si trova oggi in Argentina, dove ogni 10 dicembre si celebra ancora la festa della Madonna di Loreto. Una continuità che dura quattro secoli.
I giovani dei collegi, come quello di Fermo, si recavano in pellegrinaggio a Loreto per chiedere lume sulla propria vocazione. Lo stesso Sertorio Interverio — quello che poi morirà in mare — vi andò a piedi nelle feste della Pentecoste, in segno di ringraziamento per essere guarito da una malattia. Loreto era il punto di partenza simbolico e spirituale di tutta questa storia: la Madonna partiva per prima, e i missionari la seguivano.
I quattro protagonisti fermani
Giovanni Ferro: il linguista di Montefalcone Appennino in Messico
Giovanni Ferro è nato a Montefalcone Appennino, ed è uno dei primissimi missionari gesuiti nella storia della provincia del Messico. Entra nella Compagnia nel 1568, studia a Roma dove diventa allievo di Claudio Acquaviva — il futuro Padre Generale della Compagnia — e si distingue nello studio della retorica e delle lingue. Nel 1578 viene inviato nella nuova provincia messicana, fondata da pochi anni, e parte da Siviglia insieme a un altro gesuita.
Il viaggio è drammatico. Un terribile temporale sconvolge tutta la flotta: su più di venti navi, solo sei riescono a raggiungere le isole vicino a Santo Domingo, malconce, senza alberi né vele. Solo la nave su cui si trovano Giovanni Ferro e il suo compagno supera indenne la tempesta. Il procuratore delle Indie in Messico scrive al Padre Generale: “Si è disfatta tutta la flotta che andava nel Messico con un grave terribile temporale. Solo la nave in cui andavano il padre Hernando Suárez e il suo compagno ha attraversato la tormenta ed è rimasta intera. Delle altre non si sa nulla di bene.”
Arrivato a Pátzcuaro nel 1578, Giovanni Ferro si dedica immediatamente allo studio delle lingue locali — condizione imprescindibile per tutti i missionari gesuiti, che venivano inviati solo previo impegno a imparare la lingua delle popolazioni da evangelizzare. I risultati sono straordinari. Dopo poco più di un anno, il confratello Francisco Ramírez scrive al Padre Generale una relazione entusiasta: il padre Giovanni Ferro, italiano, arrivato da Roma da poco più di un anno, “senza che anteriormente si fosse dedicato allo studio della lingua, bensì solo mezzo anno prima, è già così buon interprete che compete con i migliori di questa terra. Quanto alla facilità di tradurre qualunque cosa nella lingua nativa, ci sono pochi che lo raggiungono: qualsiasi salmo, testo della Scrittura o di qualche santo che gli diano, lo tradurrà in bella lingua con tale facilità come se fosse scritto nella nostra lingua volgare.” E poi aggiunge la ragione più profonda di questo straordinario talento: “Credo che la principale ragione sia per il suo essere veramente umile e caritatevole con questi poveri indigeni.” Non solo dote intellettuale, dunque, ma disposizione umana.
Nel 1585 Giovanni Ferro traduce in tarasco — la lingua dei Taraschi, la popolazione della regione del Michoacán — il catechismo gesuita di Diego Laínez, il più importante elaborato al Collegio Romano. Inventa anche un metodo pedagogico innovativo, tipicamente gesuitico: fa la catechesi in piazza con cento giovani, che poi sono incaricati di catechizzare le proprie famiglie. I bambini agli adulti: la trasmissione parte dal basso, parte dai giovani. Impara poi anche il náhuatl, la lingua della costa pacifica. Viene ordinato sacerdote nel 1578 e diventa rettore del collegio di Pátzcuaro, ma la sua vita di missionario non è sedentaria: percorre praticamente tutto il Messico, arrivando fino alle coste del Pacifico, perché conoscere i territori significava anche poter espandere la presenza della Compagnia.
Muore il 16 aprile 1617 a Pátzcuaro, nel collegio di cui era stato rettore. Nei cataloghi della Compagnia il suo nome appare spagnolizzato — Juan Ferro — come accadeva a quasi tutti i missionari italiani una volta giunti in America: i nomi venivano adattati alla lingua del luogo.
Angelo De Magistris: otto anni di lettere per il Paraguay
Angelo De Magistris non è fermano di nascita — viene da San Severino Marche — ma viene a insegnare umanistica e retorica al Collegio di Fermo, dove arriva nel 1635, ed è per questo inserito nel gruppo dei gesuiti fermani. Entra nella Compagnia nel 1629, studia al noviziato di Roma. Il catalogo gesuitico lo descrive con dettaglio: “buon ingegno e giudizio, buona prudenza, poca esperienza; temperamento melancolico; adatto a funzioni di governo.”
Va sottolineato che questi cataloghi — detti “cataloghi secondi” — non contenevano solo dati biografici, ma descrivevano le qualità umane e psicologiche dei soggetti. Era uno strumento prezioso per il Padre Generale: leggendo la descrizione del candidato accanto alla sua lettera, poteva valutare dove inviarlo e per quale compito. Una sorta di valutazione del personale ante litteram, con declinazione spirituale.
Angelo De Magistris scrive ben dieci indipetae tra il 1631 e il 1639: è il caso più ricco di documentazione tra i quattro protagonisti della serata. Le scrive sempre in prossimità di ricorrenze significative per la Compagnia, come se l’esempio dei martiri e dei santi gesuitici illuminasse ogni volta la propria richiesta. La prima lettera, datata 1631 e inviata al Padre Generale Muzio Vitelleschi, è scritta in prossimità dell’anniversario del martirio dei santi giapponesi di Nagasaki (1597). Il tono è alto, retorico, profondamente personale: si firma in terza persona, con la formula tipica dell’umiltà gesuitica. “Posto di ginocchia con ogni più caldo e riverente affetto, supplica la Paternità Vostra a ricevere la minima offerta che per la presente le fa di tutto se stesso.” E poi: “Gli beati martiri, dei quali oggi celebriamo il glorioso Natale, con le loro croci invitano, il Giappone con le sue stragi infiamma, il bisogno degli operai violenta.”
Inizialmente chiede il Giappone. Non arriva risposta; studia filosofia al Collegio Romano. Poi viene inviato non in Giappone ma a Fermo, come professore. Continua a scrivere — quasi ogni anno, in prossimità della festa di san Francesco Saverio, il grande apostolo delle Indie. Comincia ad allargare la richiesta: prima le Indie orientali in generale, poi nel 1638-1639, ormai a Roma per studi superiori al Collegio Romano, prende atto che per il Giappone ci sono già troppi candidati e chiede le Indie in generale. Poi, nella lettera del gennaio 1639, specifica finalmente il Paraguay. La motivazione è pratica ma anche spirituale: ha incontrato il procuratore della provincia del Paraguay venuto a Roma, che lo ha già accettato. “Il Paraguay ha meno spazio delle Orientali, e non è minore il frutto che se ne cava per il paradiso.” E conclude: “Padre mio, desidero vivamente di andare adesso al Paraguay, lo chiedo istantemente, le rappresento le ragioni e l’età mia, aspettando però da Dio Benedetto, per mezzo di Vostra Paternità, l’ultima risoluzione.”
Il 28 novembre 1640 sbarca finalmente in Paraguay.
Ma qui la storia prende una piega inaspettata. Dopo dieci anni trascorsi in Paraguay — dove viene designato alla cura degli spagnoli e dei nativi e pronuncia i voti solenni — Angelo De Magistris torna in Europa. Non sappiamo con certezza il motivo, probabilmente una malattia. Muore in Italia nel 1659. Tutta quella lunga attesa, tutta quella scrittura tenace, e il destino finale fu comunque diverso da quello sognato. La vita, anche la vita dei santi, non sempre segue il copione che si immagina.
Onofrio Carpini: fermano, melancolico, martire della carità
Onofrio Carpini è fermano autentico. Nasce il 30 novembre 1683 da una famiglia agiata — ci sono documenti d’archivio a Fermo, ritrovati dalla collaboratrice Milena, che testimoniano la posizione della famiglia. Entra nella Compagnia nel 1704, giovane, e già nel catalogo annuale compare una destinazione: il Perù. Il catalogo secondo lo descrive come dotato di “buon ingegno, buon giudizio, buona prudenza”, con “temperamento molto melancolico” e “attitudine alle missioni del Perù.”
Non sono state trovate sue lettere indipetae, ma è chiaro che la sua candidatura alla missione è precoce e decisa. Viene tuttavia inviato non in Perù ma in Paraguay — la provincia gesuitica che portava questo nome copriva un territorio enorme: parte del Brasile meridionale, l’Argentina settentrionale, il Paraguay attuale, parte del Mato Grosso — una regione che oggi, grazie alle rovine delle trenta città costruite dai gesuiti e dai guaraní, è patrimonio dell’umanità UNESCO.
Ordinato sacerdote nel 1709, Onofrio Carpini parte nel 1712. Sbarca a Buenos Aires — porto d’ingresso della provincia del Paraguay — e viene subito destinato all’apostolato tra i guaraní. Lo ritroviamo nel catalogo del 1717, dove una cosa colpisce: il temperamento risulta cambiato. Da “molto melancolico” è diventato “collerico”. Non è un giudizio negativo: il temperamento collerico, nella medicina umorale dell’epoca, era considerato più adatto ad affrontare contesti complessi, faticosi, fisicamente e psicologicamente duri come quello delle riduzioni. Il territorio si è trasformato nell’uomo, o forse ha semplicemente rivelato qualcosa che c’era già.
Nel 1718 Onofrio Carpini fa la professione solenne direttamente in una riduzione — un dettaglio significativo che dice molto di dove era ormai il suo centro di vita. Ma muore poco dopo, nel 1720, presso la riduzione di Santiago, dove si era prodigato a curare i guaraní colpiti da una grave epidemia di vaiolo. Si contagiò e morì.
Il padre provinciale del Paraguay, Emanuele Querini, lascia un documento che descrive come i gesuiti affrontarono quell’epidemia devastante: “In un tempo così terribile e difficile della nostra Repubblica, nessuno ha contribuito profusamente al lavoro richiesto come i nostri. Volevano essere lì con tutti, nei luoghi più dispersi, distanti dalle città. Non trascuravano nulla, percorrevano i villaggi, assistevano morti e vivi. Il collegio di Córdoba ha fornito generosamente tutti i tipi di medicine e bevande necessarie per le persone colpite dall’infezione. Quando la peste si diffuse, i nostri furono presenti con tutti, aiutando gli schiavi africani, i guaraní e gli spagnoli.”
Nell’ideale ignaziano, il “martirio della carità” — la morte per contagio nella cura dei malati — era concepito come forma estrema di testimonianza, pari al martirio del sangue. La vita di Onofrio Carpini è breve, ma totalmente realizzata in quello che la missione significava.
Tommaso Graffigna: il figlio della torre di Fermo
L’ultima storia ha un incipit visivo che colpisce chi conosce Fermo. La professoressa proietta un’immagine di un palazzo con una torre — uno di quei complessi architettonici che chiunque abbia percorso le vie del centro storico riconosce immediatamente. Quella torre appartiene alla famiglia Graffigna, dalla quale nasce Tommaso nel 1695. Una famiglia importante, che nei secoli precedenti aveva fondato un istituto beneficente poi assorbito dal Monte di Pietà — fondato, tra l’altro, grazie all’iniziativa di una donna della famiglia, Maddalena Graffigna.
Tommaso entra nella Compagnia di Gesù nel 1715, compie il noviziato a Sant’Andrea al Quirinale a Roma — uno dei noviziati più prestigiosi della Compagnia — e nel 1716, a ventun anni, parte già per il Paraguay. La rapidità del suo invio fa supporre che il bisogno di missionari fosse talmente urgente da non attendere il completamento degli studi. Il registro del noviziato di Sant’Andrea al Quirinale lo registra: “Partito il 3 agosto 1716 per il Paraguay, insieme a un altro gesuita di Recanati, Ippolito Angelita.”
Arriva a Buenos Aires il 13 luglio 1717 insieme ad altri padri gesuiti — è il numero 24 del gruppo di missionari in arrivo, teologo del terzo anno, ventiquattro anni, proveniente da Roma. Viene destinato al Collegio di Córdoba, il centro intellettuale e spirituale della provincia del Paraguay (l’odierna Córdoba argentina), dove insegna teologia morale.
Muore il 2 aprile 1720. Appena tre anni di missione. Ma il necrologio che il padre provinciale Emanuele Querini gli dedica è eccezionale per ricchezza e intensità — non a tutti veniva riservato un tributo simile — e vale la pena riportarlo per intero, perché è il ritratto più compiuto che abbiamo di lui: “Padre Tommaso Graffini entrò nella Compagnia di Gesù a 21 anni e si dedicò fin da subito così intensamente, costantemente e alla ricerca della perfezione che già dopo il quinto anno poteva esserne considerato un veterano per il merito. Prima di essere ammesso all’apprendistato romano aveva fatto buoni progressi in filosofia e anche in teologia. A Roma poi aveva terminato i suoi studi per un biennio. Assetato di fatiche apostoliche, salpò per il Paraguay. Il sacerdote che si distingueva per il suo valore e per la sua eccellente abilità letteraria fu mandato qui ad insegnare teologia morale. Purtroppo questo brillante dono fu rapidamente tolto ai nostri, perché la sua vita fu bruscamente interrotta da una morte acerba. Fu un vero figlio della Compagnia, che amava così tanto con chiara semplicità e prudenza, con generosa dedicazione d’animo ad imitazione della sofferenza di Cristo. Si distinse per l’amore e l’obbedienza devota della propria anima. Amava meravigliosamente la gloria divina, la salvezza umana e il cammino della perfezione. Così servì diligentemente, gioiosamente, costantemente e fruttuosamente negli ospedali, in pubblico e nelle carceri. Il suo modo di agire era un esempio per tutti. Per tutti la sua morte non fu un dolore lieve, perché tutti lo ritenevano un grande uomo.”
Seguì la lettera del Padre Generale Michelangelo Tamburini al fratello di Tommaso, Ilario Graffigna, residente a Fermo — 26 gennaio 1722: “Ho tutto il sentimento di non poter consolare il suo dolore con quelle più distinte notizie che Vostra Signoria desidera intorno alla morte di padre Tommaso, suo fratello. Non essendomi ancora giunte di colà le lettere che contengono la particolarità del caso, quando queste verranno sarà mia attenzione farne pervenire le bramate particolarità anche a Vostra Signoria.” E aggiungeva — perché evidentemente il fratello aveva manifestato il timore di perdere anche l’altro fratello gesuita — che non c’era alcuna disposizione di permettergli di partire per le Indie. Un gesto di umanità, a sua modo.
Il filo che unisce le quattro storie
Al termine della rassegna biografica, la professoressa Massimi trae alcune considerazioni conclusive.
Queste quattro biografie mostrano diversità di carattere, di percorso, di esito: c’è chi percorse per decenni il Messico senza mai fermarsi, chi scrisse dieci lettere e aspettò anni prima di partire per tornare poi in Europa malato, chi morì di vaiolo curando i guaraní, chi insegnò teologia morale a Córdoba e morì giovane lasciando un’impronta profonda in chi lo aveva conosciuto. Eppure sono tutti esempi di quel grande universo missionario della Compagnia di Gesù, e testimoniano il contributo — significativo, non secondario — che Fermo e il suo territorio hanno dato a questa storia mondiale.
In queste vite si possono riconoscere le dimensioni essenziali dell’esperienza missionaria ignaziana: la manifestazione del desiderio attraverso la scrittura delle lettere; il servizio alle popolazioni nelle riduzioni; la formazione dei confratelli nei collegi. Tutti i ministeri più importanti della Compagnia sono vissuti, in qualche modo, da questo piccolo gruppo che da Fermo raggiunge l’America Latina.
Il film, la musica, e la storia che non si insegna
Nel dibattito finale, emerge un tema che la professoressa affronta con passione e qualche amarezza: la difficoltà di far conoscere questa storia, anche là dove è accaduta.
Il film Mission di Roland Joffé (1986) — il cui tema musicale di Ennio Morricone ha aperto la serata — è, secondo la professoressa Massimi, una sintesi storicamente attendibile nonostante la libertà artistica della narrazione. I personaggi corrispondono a figure reali; gli episodi, compreso quello del mercante di schiavi redento, si ispirano a storie documentate. E la distruzione finale delle riduzioni — la scena più straziante del film — è anch’essa storia vera.
La musica di Morricone merita una nota a parte. Non è una composizione ex novo ispirata genericamente all’America del Sud: si basa sulla musica effettivamente prodotta nelle riduzioni, frutto dell’incontro tra grandi musicisti europei — come il gesuita Domenico Zipoli, compositore di rilievo — e i guaraní, che avevano straordinarie capacità musicali. Morricone ha raccontato in un’intervista, poi pubblicata su una rivista internazionale, come si sia ispirato a queste fonti.
La distruzione delle riduzioni fu determinata dal Trattato di Madrid del 1750, con cui Portogallo e Spagna si scambiarono vasti territori — il Brasile otteneva in cambio la regione delle riduzioni gesuitiche. I guaraní resistettero, ma furono sconfitti. La vera catastrofe demografica degli indigeni, però, avvenne nel XIX secolo, dopo la dissoluzione dell’esperienza missionaria: senza più protezione, le popolazioni guaraní furono sistematicamente distrutte dai mercenari e dai processi di costruzione degli stati nazionali — Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay. È in quella fase che si consumò il vero genocidio. La storiografia successiva ha tuttavia attribuito ai missionari responsabilità che erano di altri, e questa narrativa — diventata storia ufficiale in Brasile — rende la storia delle riduzioni un argomento ancora tabù, difficile da finanziare e da studiare.
Un epilogo parzialmente diverso ebbe luogo in Bolivia. In quel territorio — non coinvolto dal Trattato di Madrid — alcune riduzioni sopravvissero; e i guaraní che riuscirono a fuggire dal Paraguay vi portarono, nascosti in grandi contenitori di ceramica, i manoscritti musicali delle riduzioni. Cinquant’anni fa un archeologo li ritrovò. Oggi in Bolivia c’è un grande museo dedicato a questa musica, e ogni anno si tiene un festival di musica barocca in cui giovani delle popolazioni locali — i chiquitos, non i guaraní, ma eredi di quella tradizione — suonano e costruiscono strumenti barocchi. Una continuità ininterrotta di quattro secoli: ed è esattamente questa l’immagine finale del film di Joffé, il bambino — o la bambina — che raccoglie il violino dalle macerie.
Il racconto di Ermelinda Sergolini, missionaria di Mogliano in Bolivia che lavora con i ragazzi di strada a Montero, si innesta qui: ci ha detto che la grande passione della gente per la musica e gli strumenti musicali in quella regione deriva proprio dalle riduzioni che lì non furono distrutte, e che hanno lasciato una traccia culturale viva fino ad oggi.

Una storia che ci appartiene
In chiusura, il moderatore riprende il filo della serata con una riflessione che vale anche come manifesto del lavoro dell’Associazione Aloe. La scoperta che Montefalcone Appennino, Fermo, San Severino Marche siano legate a vicende di portata mondiale — le riduzioni del Paraguay, l’evangelizzazione del Messico — non è curiosità antiquaria: è riconoscere che il Vangelo vissuto qui, in questi paesi, ha generato vocazioni che hanno cambiato la storia di altri continenti. È una ricchezza nascosta che merita di essere conosciuta.
Restano molte storie ancora da esplorare e l’associazione conta di portarle in futuro in altri incontri. La storia, come ha ricordato la professoressa Massimi, non finisce mai: vengono fuori sempre nuove fonti, sempre nuovi nomi, sempre nuove connessioni. Basta cercarle.
Per approfondire l’argomento
Il libro “Da Fermo al Mondo — missionari gesuiti fermani in terre ultramarine”, curato da Marina Massimi, è pubblicato dalla Libreria Editrice Andrea Livi di Fermo, 2024.
Il database delle lettere indipetae è consultabile gratuitamente cercando “indipeta database” su Google.
Libro sulle riduzioni gesuitiche in America latina: ROMANATO GIAMPAOLO, Le riduzioni gesuite del Paraguay. Missione, politica, conflitti, ed. Morcelliana, 2021 pp. 416
Libro storico contemporaneo alla vicenda: LUDOVICO ANTONIO MURATORI, Il cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai, editore Giambattista Pasquali, Venezia, 1749 Lo puoi trovare qui




