Dalla Franciacorta all’Amazzonia: cinquant’anni di missione raccontati da padre Beppe Svanera


Una serata speciale, tra ricordi, storie di frontiera e uno sguardo sulla Colombia di oggi, a partire dal racconto fatto da padre Peppe, missionario della Consolata, in visita a Santa Maria a Mare dopo tanti anni.

Una serata tra amici

Sabato 13 Giugno 2026 ci siamo ritrovati in tanti “aloisti” della prima ora a Santa Maria a Mare come ormai non facevamo più da tempo, per uno degli incontri che l’associazione sta organizzando dal mese di gennaio: il nono di questo ciclo che abbiamo voluto chiamare “La ricchezza nascosta. Dal territorio di Fermo ai territori del Mondo”. È stata anche per festeggiare, in un certo senso, i trent’anni di vita di questa nostra esperienza associativa, nata da un gruppo di amici, alcuni dei quali tornati dalle missioni, che avevano deciso di restare uniti e di continuare a incontrarsi, prima come “Famiglie aperta al mondo” e poi come associazione vera e propria, ALOE. Le prime attività risalgono infatti al 4 marzo del 1997.

In questi trent’anni, senza muoverci da qui, abbiamo potuto in qualche modo girare il mondo attraverso i racconti dei tanti ospiti missionari e laici che si sono succeduti: un percorso che ci ha aperto panorami che in molti casi ignoravamo, ed è stato per noi motivo di crescita e anche di orgoglio.

Sabato sera l’ospite è stato padre Peppe Svanera, missionario della Consolata approdato nel 1996, per qualche anno, a Santa Maria a Mare dopo un lungo periodo in Colombia e prima di ripartire ancora per l’America latina: Ecuador e poi di nuovo Colombia. Era stato esattamente con lui che era iniziato, trenta anni fa, tutto quel lavoro di animazione missionaria che aveva portato alla fondazione dell’Associazione ALOE, associazione che, da allora, opera ancora per aprire il nostro territorio ai territori del mondo. Per l’incontro di questa sera con padre Beppe, c’erano anche diversi amici e collaboratori della prima ora che lo avevano conosciuto negli anni, in Italia e in Colombia, dove erano stati a trovarlo. Dopo la sua testimonianza, il programma prevedeva la celebrazione eucaristica nel santuario e poi una cena condivisa tutti insieme, per ritrovare un po’ il clima di quando eravamo giovani e abbiamo iniziato questo cammino.

Quello che segue è il racconto della sua vita missionaria, raccolto quella sera.

Il sogno di un ragazzo

Il mio percorso, in fondo, è molto semplice. È cominciato quando ero ancora ragazzino. Vivevo su una collina bellissima della Franciacorta. Da una parte si vedeva il paese, che conoscevo in ogni suo angolo; dall’altra, invece, si apriva un panorama che non finiva mai, fino agli Appennini. Vedevo la pianura, vedevo gli Appennini, e io volevo andare “di là”: era quello che mi attirava.

Da ragazzo leggevo tutto quello che mi capitava tra le mani, qualsiasi libro, qualsiasi cosa di quel genere, e sognavo sempre qualcosa di più, qualcosa fuori da quell’orizzonte. Un giorno vidi delle fotografie di coloni che entravano in Amazzonia: gente scappata dalla violenza dell’interno della Colombia, una violenza durissima, che entravano nella foresta con il machete e basta, senza nient’altro. Famiglie che viaggiavano lungo i fiumi su piccole canoe, con i bambini in mezzo al fango, eppure capaci di divertirsi anche in quelle condizioni. E tutto attorno la foresta impenetrabile e misteriosa. Quelle immagini mi piacquero immediatamente, e mi misi in testa che quella sarebbe stata la mia strada. Da quel momento, per me, è stato un punto fisso.

Naturalmente poi ci sono stati gli anni di studio, e nel frattempo si sono presentate anche altre proposte, altre strade che potevano sembrare interessanti. Ma per me era fissa quell’idea: non tanto “la missione” come concetto astratto – quella, in realtà, l’ho capita un po’ alla volta, e forse non l’ho mai capita del tutto – quanto quei bambini, quelle persone, quel territorio. E quando finalmente sono arrivato, ho trovato davvero quello che cercavo.

Sono stato ordinato sacerdote il primo settembre del 1973, e il 7 novembre dello stesso anno sono partito per la Colombia. Ho fatto la traversata in nave da Genova fino a Cartagena de Indias: diciassette giorni di viaggio, bellissimi. Una autentica crociera. Si fanno subito amicizie, in quelle condizioni. Ricordo che durante il viaggio avevo fatto amicizia con diversi colombiani, e quando mi chiedevano dove fossi diretto rispondevo: “Vado al Caquetá.” E la loro reazione era sempre la stessa: “Serpenti e scimmie! Lì ci sono solo serpenti e scimmie!” Era praticamente la sola cosa che sapevano di quella zona.

Finalmente l’Amazzonia colombiana

La mia prima destinazione fu il Seminario di Florencia.Il vescovo mi chiese di fare il rettore del seminario. Era un seminario un po’ particolare: i ragazzi che vi arrivavano venivano dai paesi della foresta, e non c’era nessun altro disponibile a occuparsene. Io provai a resistere: “Monsignore, mettiamoci d’accordo: per un anno ci sto, perché sono appena arrivato e non voglio chiedere niente. Ma alla fine dell’anno, o mi lascia andare lungo i fiumi, oppure torno a casa mia.” E così fu.

In realtà fu un anno magnifico. Avevamo circa ottanta ragazzi, e al seminario passavano anche i preti e i missionari delle nostre missioni, che venivano per gli incontri e poi, certo, se ne andavano via il prima possibile… Ma fu comunque l’occasione per raccogliere tante notizie e conoscere le realtà dei vari paesi.

Il Vescovo fu, come sempre, di parola e mi mandò a Puerto Rico sul fiume Guayas dove però arrivava anche la strada. Qui mi tocco’ tra l’altro il primo assalto della guerriglia al paese. In quell’anno il parroco di Cartagena si recò negli Stati Uniti e rimase così sguarnita la parrocchia di Cartagena del Chairà. Il Vescovo me la propose e accettai immediatamente.

Cartagena del Chairá, sul fiume Caguan in piena Amazzonia colombiana. A quei tempi, metà degli anni Settanta, era una regione isolata, in piena foresta senza strada. Oggi le cose sono molto cambiate: il paese conta circa 15.000 abitanti, e l’intera regione attorno arriva a 40-45.000, distribuiti su un territorio che si estende per circa 200 chilometri lungo il fiume.

Era una parrocchia, diciamo così, molto “romantica” proprio secondo i miei sogni. Per arrivare alla strada ci voleva mezza giornata di canoa, e poi quasi un’altra mezza giornata per raggiungere Florencia, il capoluogo della regione. Insomma, un posto un po’ fuori mano.

Eppure proprio lì ho sperimentato per la prima volta cosa significasse avere la responsabilità e la libertà della missione. Il vescovo si fidava di noi, ci ha lasciato andare, ci ha dato fiducia – e questo mi ha dato moltissimo. Sono stato molto bene, molto contento, in quel primo periodo. La vita lungo i fiumi con la mia gente è stata uno splendido sogno realizzato. Quell’esperienza mi è rimasta sempre nel cuore.

Il ritorno in Italia, l’Università e poi di nuovo Amazzonia

Dopo questo primo periodo di missione durato cinque anni, il superiore mi disse che dovevo tornare in Italia per un periodo di “animazione” – cioè per far conoscere le missioni e la nostra realtà qui in Italia. Tornai in Italia nel 1979 e ci rimasi per circa sette anni, fino al 1986.

In quegli anni sono stato prima a Boario, vicino a Brescia, poi a Martina Franca e a Salve nel Salento ma non vedevo l’ora di tornare in Colombia e parlando con i Superiori  mi incitarono a un periodo di studio a Roma che accettai con la condizione di tornare in missione. Ho frequentato l’Università salesiana per tre anni con catechesi, pastorale giovanile e in parte psicologia. Sinceramente, però, quella non era la strada che avevo in mente. Mi piaceva anche studiare, certo, ma quello che volevo davvero era tornare laggiù.

E infatti, nel 1986, sono tornato e mi hanno inviato sul fiume Caquetà dove rimasi fino al 1996. Era una fase diversa rispetto alla prima: ero più posato, meno “romantico”. In quegli anni ho lavorato a stretto contatto con un gruppo di missionarie laiche e una comunità di suore. Donne eccezionali.

Dopo questo nuovo decennio di missione intercalato da quasi un anno di animazione in Bogotà, il superiore mi chiese di assumere di nuovo un ruolo di animazione in Italia. Accettai e fu il tempo che trascorsi qui a Santa Maria a Mare quando è nata l’esperienza di Aloe. Il 7 dicembre 1997 ebbi un serio problema di salute, un infarto, anche se a me non sembrava lì per lì una cosa seria; ma il medico, Flavio, che è qui presente, fu molto chiaro, mi disse: “Stai fermo, non muoverti, la cosa è seria.” Per fortuna la situazione si risolse e mi ripresi completamente.

Qualche tempo dopo morì mia madre. In quel momento dissi chiaramente al superiore regionale: “Ormai non ho più nessuna ragione per restare in Italia. O mi lasci partire, o ti manderò una cartolina dalla Colombia”.  Mi guardò, bisbiglio’ qualcosa ma capì che non c’erano altre soluzioni: dovette assegnarmi di nuovo laggiù, e così ripartii. Mi proibirono, a causa dell’infarto, di tornare in Caquetà. Per me fu un autentico trauma ma dovetti accettare e fui destinato alla periferia di Guayaquil, in Ecuador. La nostra parrocchia era una immensa zona di favelas di almeno 500 mila abitanti. C’erano solo due preti e tre missionari laici spagnoli. Fu un periodo molto bello, anche se breve, praticamente dall’inverno del 2003 alla primavera del 2004. Poco prima di Pasqua, mi fu diagnosticato un tumore, e dovetti rientrare in Italia per le cure. Dovetti restare in Italia ancora per un anno e poi, all’inizio del 2005, potei ripartire e questa volta fu di nuovo Colombia.

Maria La Baja: sette anni sulla costa caraibica

All’inizio non si sapeva a quale missione volessero assegnarmi e vissi un periodo di forti tensioni con i superiori, al punto che arrivai quasi a voler disobbedire: mi sembrava che non mi venisse detta tutta la verità su certe decisioni che mi riguardavano. Alla fine la situazione si chiarì, e fui destinato a María La Baja, nel dipartimento di Bolívar, sulla costa caraibica, dove rimasi sette anni con altri confratelli e due splendide missionarie laiche.

Furono anni intensi e belli. Ricordo con gioia, tra le altre cose, l’ordinazione del primo sacerdote nato in quella comunità. In quel periodo portammo avanti diversi progetti privilegiando la formazione di catechisti e animatori ma anche l’acquisto di terreni, iniziative agricole, una cooperativa, un trattore, un laboratorio per la trasformazione dei prodotti agricoli, cose che voi conoscete bene perché siete rimasti sempre al mio fianco sia per l’aiuto economico e sia perché una decina di voi siete pure venuti a trovarmi.

La porta chiusa

Nel 2012 ci fu, prima di Pasqua, la conferenza dei missionari della Consolata a Bogotá e si discusse sulla nostra presenza in quella zona.  Il superiore di allora sosteneva che dovevamo lasciare Maríalabaja per spostarci sulla costa del Pacifico, in zone a maggioranza afrocolombiana, dove la nostra presenza sarebbe stata più necessaria.

Io presi le difese di María La Baja, e alla fine la conferenza decise che saremmo restati. Avevamo vinto la battaglia – ma, come dissi allora, temevo che avremmo perso la guerra. E così fu: il superiore, che nel frattempo era entrato nel consiglio generale dei missionari della Consolata a Roma, portò comunque avanti la sua decisione di chiudere quella missione. Dopo questa Conferenza rientrai in Italia per controlli sulla mia salute, con l’intesa che sarei poi tornato a María La Baja.

Non sappiamo con certezza cosa sia successo esattamente tra il superiore e il vescovo del posto. Quello che sappiamo è che, a un certo punto, il vescovo ci ha semplicemente messo alla porta, con motivazioni che a me, sinceramente, sono parse assurde: non aveva mai parlato con noi di nessun problema, non c’era mai stato alcun richiamo, i nostri rapporti erano sempre stati ottimi. So solo che il superiore generale ricevette una lettera dal vescovo in cui, in pratica, si chiedeva la nostra uscita dalla zona. La data di chiusura fu fissata al 13 febbraio 2013. Io scrissi una lettera al superiore generale per contestare pienamente quella decisione, che a mio parere il vescovo aveva preso in una forma quantomeno discutibile. Quello stesso vescovo è oggi cardinale di Santa Romana Chiesa.

Ho sentito in seguito alcune voci – non confermate – secondo cui alcuni leader contadini della zona avrebbero parlato di un accordo tra il vescovo e il proprietario di una grande piantagione di palma africana della zona, al quale noi, con i nostri progetti agricoli e con la nostra attività a favore della gente del luogo, davamo evidentemente fastidio. Su questo, però, non posso dire nulla con certezza: mi è stato riferito, ma non ho potuto ne voluto verificarlo.

Comunque sia, quella storia mi ha lasciato sentimenti contrastanti: da una parte la consapevolezza di quanto avevamo costruito insieme alla gente in quegli anni, comprese strutture costate parecchio: il centro di raccolta del cacao, il trattore, il capannone per le attività agroindustriali; dall’altra l’amarezza per come poi sono andate le cose. Su questo ultimo punto ricordo in particolare la storia di un contadino che aveva lavorato con me, seguendo da vicino il progetto agroindustriale. A un certo punto arrivò il parroco con la polizia e lo fece letteralmente partire dal posto, senza alcun preavviso. Non sono mai riuscito a capire bene cosa fosse successo davvero, ma il risultato fu quello.

Da quel poco che mi arriva ancora oggi, qualcosa di quanto avevamo iniziato è comunque rimasto. Ci sono i sacerdoti diocesani che pero hanno uno stile ben diverso dal nostro ma i giovani che sono cresciuti con noi continuano seppure tra molte difficoltà.

Platì, in Calabria la mia nuova missione

Dopo tutto questo — le missioni, gli infortuni, i rientri forzati, le battaglie con i superiori — sono rimasto in Italia. E l’ultima tappa è stata Platì, in Calabria, dove ho fatto il prete di servizio per circa otto anni, ed è stata di nuovo “missione” anche se in un terreno diverso.

Qualche prete mi prendeva in giro: dicevano che ero passato dalla “produzione” alla “grande distribuzione”. Il riferimento era alla coca: in Colombia avevo lavorato in territori enormi dove la coltivazione della coca era una realtà quotidiana; a Platì ci si trovava su un altro nodo della stessa filiera, quello della distribuzione verso il Nord — Roma, Milano, Torino, la Germania. Però io ho trovato che anche se è vero che qualcuno di Platì è finito in quel giro, la grande maggioranza era gente per bene: accogliente, laboriosa, di parola. Un paese con una forte identità e una grande tradizione religiosa. Persone con caratteristiche stupende, oscurate da una fama che li ha portati spesso anche in televisione e sui giornali. Cattiva fama, splendida gente!

Solano: il destino di una missione

Dal punto di vista della produzione e distribuzione di coca, vorrei sottolineare la mia storia di Solano, una delle missioni in cui ho lavorato prima di conoscere Aloe e per la quale Aloe si spese un po’ all’inizio. Qui avevamo avviato diversi progetti, tra cui – fin dagli anni in cui si discuteva di come aiutare i contadini a non dipendere dalla coltivazione della coca – dei tentativi di colture alternative.

Quando sono partito da Solano, il mio posto fu preso da un confratello che era stato prima in Etiopia e che, arrivando lì, ebbe subito da ridire che secondo lui, in tutti quegli anni nei quali ci eravamo occupati di progetti sociali, non avevamo fatto vera evangelizzazione. Ne discutemmo a lungo, ma alla fine gli dissi semplicemente: “Senti, la mia parte l’ho fatta. Adesso tocca a te: fai quello che vuoi.” E così fece, per i due anni in cui rimase.

Da allora, in un arco di circa quindici anni, la parrocchia di Solano ha cambiato diversi parroci e viceparroci. Alla fine è arrivato un padre della Consolata, italiano, originario di Gambettola: una persona seria, un gran lavoratore, che ha ripreso in pratica tutti i progetti che avevamo lasciato – cosa che mi ha fatto molto piacere, perché nel frattempo quasi tutto era stato abbandonato.

A proposito dei progetti di colture alternative alla coca, vale la pena spiegare meglio di cosa si tratta, perché spesso da qui si fa confusione. La foglia di coca, masticata, è una pianta tradizionale, di per sé non crea nessun problema. È la cocaina, che si ottiene attraverso un processo chimico – con cemento, benzina, acido solforico e altre sostanze – a essere un’altra cosa completamente diversa, con effetti devastanti.

Sostituire la coca con altre colture – cacao, bestiame e altro – è qualcosa che abbiamo provato a fare, ma è estremamente difficile, e anche queste alternative portano con sé i loro problemi: per il bestiame, ad esempio, bisogna disboscare la foresta, e questo crea a sua volta un problema ecologico.

Soprattutto, però, senza una vera politica statale che voglia davvero affrontare il problema, è praticamente impossibile arrivare a un cambiamento reale. Per anni la politica è stata fatta solo di repressione – una repressione, peraltro, che era anche un po’ una farsa, perché non c’era una vera volontà politica di eliminare la coca: tanti soldi, a partire dagli stessi Stati Uniti che dicono di combattere la droga, vengono raccolti “per strada” e rimessi in circolo nel giro legale.

I contadini, in tutto questo, sono solo un anello di quella catena: vivono una vita durissima, ai limiti del possibile, mentre chi guadagna davvero sono altri – quelli che si sono inseriti nel giro e che, ai loro livelli, hanno trovato “le uova d’oro”, finché hanno potuto. Oggi i loro figli sono sparsi per il mondo e lavorano a tutt’altri livelli.

Per questo, il nostro lavoro non era – e non poteva essere – quello di “sostituire la coca”: era piuttosto lavorare con le comunità, accompagnare le persone, prepararle per un possibile cambiamento futuro. Perché la coca resta comunque qualcosa di dannoso per la società. E’ illegale, e dal nostro punto di vista anche moralmente sbagliata: è come fabbricare armi, qualcosa che serve a distruggere le persone.

Padre Beppe con i bambini delle sue “scuolette”

La Colombia tra violenza, guerriglia ed elezioni

La Colombia è un paese che porta nella sua storia recente il peso di conflitti durissimi. Negli anni Cinquanta e Sessanta ci fu il periodo della cosiddetta “Violencia”, lo scontro tra liberali e conservatori, che costò centinaia di migliaia di morti. Seguì poi un periodo di “Fronte Nazionale”, con l’alternanza di quattro anni di governo conservatore e quattro anni di governo liberale, e in seguito un parziale ritorno a una maggiore pluralità democratica, con un centro abbastanza forte ma anche due schieramenti consistenti a sinistra e a destra – la sinistra appoggiata in parte dai gruppi guerriglieri, la destra dai gruppi paramilitari. Gli scontri tra questi gruppi si sono protratti su tutto il territorio nazionale, e il traffico di droga è stato, da sempre, “carburante” per entrambe le parti.

Negli ultimi anni, con la presidenza di Gustavo Petro – un presidente di sinistra, lui stesso ex membro della guerriglia – si è cercato di costruire quello che è stato chiamato un “patto storico”, per superare queste tensioni: ci sono stati accordi negoziati a Cuba, con la partecipazione del governo e di vari gruppi armati, e per un certo periodo è parso che si potesse aprire una stagione di pace – anche se, come spesso accade, una pace molto relativa.

Ora che sono di nuovo in corso le elezioni, la situazione resta molto polarizzata. Da una parte c’è chi accusa il presidente di essere stato troppo vicino alla guerriglia, viste le sue origini; dall’altra, chi sostiene che il patto va comunque portato avanti. Il centro, di fatto, è scomparso dalla scena: sono rimaste sostanzialmente solo le due polarità, sinistra e destra, con la destra trampiana che appare in forte crescita.

Ho sentito anche pareri molto critici da parte di amici e collaboratori sul posto – una missionaria laica, ingegnere alimentare, mi confidava il timore che la situazione possa evolvere verso qualcosa di simile a quanto avvenuto in Venezuela, in un quadro più ampio di interesse internazionale – penso alla Cina quasi vicina dirimpetto alla costa pacifica – per quell’area dei Caraibi. Personalmente, pur avendo simpatia per le istanze di rinnovamento e di progressismo, non mi sento di entusiasmarmi: anzi, la polarizzazione così marcata mi preoccupa, perchésituazioni di questo tipo portano facilmente allo scontro e alla violenza.

Da parte nostra, come missionari e come stranieri, non potevamo fare molto a livello politico – anche quando, qua e là, c’erano scontri, magari con qualche militare di basso livello che voleva “fare carriera” nel territorio. Quello che abbiamo sempre cercato di fare, invece, è stato appoggiare le organizzazioni popolari, perché pian piano le comunità potessero camminare con le proprie gambe.

Il metodo: accompagnare comunità in cammino

Se devo riassumere lo spirito con cui abbiamo lavorato in tutti questi anni, è proprio questo: accompagnare. Le comunità con cui lavoravamo erano comunità di “colonos”, gente arrivata in fuga dalla violenza, che entrava nella foresta e ripartiva da zero, senza nulla. Il nostro compito era starci vicino, accompagnarle, e cercare di organizzare un minimo di vita comunitaria: la scuola – di cui peraltro eravamo responsabili anche per conto dello Stato – la sanità, l’agricoltura, l’organizzazione popolare, e naturalmente la parte pastorale ed evangelizzatrice, con la catechesi.

Erano cinque ambiti di lavoro, dunque: evangelizzazione, organizzazione popolare, programmi agricoli, salute ed educazione. Lavoravamo in squadra, con un bel gruppo di collaboratori e collaboratrici, ognuno impegnato nel suo settore.

La difficoltà più grande era che queste comunità erano estremamente instabili: oggi potevano esserci trenta famiglie in un villaggio, e l’anno dopo magari ne restavano solo dieci, perché la colonizzazione avanzava sempre più in profondità nella foresta. Chi non riusciva ad andare avanti tentava di tornava indietro, perché là non c’erano le condizioni per vivere decentemente; chi invece proseguiva, si spostava ancora più in là, dando vita a nuovi nuclei che non comparivano nemmeno sulle mappe perché non esisteva un’amministrazione che li riconoscesse.

In mezzo a tutto questo, la presenza della Chiesa era soprattutto una presenza di accompagnamento: la grande maggioranza della popolazione era cattolica, anche se di una tradizione un po’ particolare – molti, pur dicendosi evangelici, mantenevano comunque legami con la tradizione cattolica. La gente chiedeva il battesimo, voleva la messa almeno una volta all’anno. Per noi, questo rendeva il lavoro di evangelizzazione tutt’altro che semplice.

Pensare a tutto questo – a quante persone, prima di me e dopo di me, hanno dato la vita per quei territori – mi fa capire quanto il mio percorso sia stato solo una piccola parte di una storia molto più grande.

Uno sguardo al futuro

A chiusura della serata padre Beppe ha annunciato un piccolo progetto per il futuro, da portare avanti con Franco. In questi ultimi anni a Bedizzole, dove ora si trova, non fa più il parroco ed il servizio da prete è molto limitato, su richiesta delle parrocchie. Si dedica soprattutto all’agricoltura, con la zappa, il decespugliatore e la motosega. “Mi fa un gran bene – ci dice – e sono contento e felice”. Ma non disdegna il computer ed ha iniziato a raccogliere non solo i suoi scritti: lettere, diari, relazioni e quant’altro; ma anche testi di ogni genere, video e foto di tutte le località e le comunità nelle quali è vissuto come missionario. Un archivio enorme: solamente i suoi diari sono raccolti in circa ottocento pagine, più un disco esterno con altri 500 gigabyte di materiali. “Ci vorrà tempo per capire cosa ne potremo ricavare”, ha detto, “ma vale la pena lavorarci: non solo per il mio periodo, ma per raccontare tutta la storia di quelle missioni, dalle origini fino a oggi perché tutto non vada dimenticato.” Chi vuole dare una mano, sarà il benvenuto.

Poi, è arrivato il momento della Messa e a seguire la cena tutti insieme – per ritrovare, almeno per una sera, il clima di quando eravamo giovani e questo cammino è cominciato.

Grazie, padre Peppe, per averci regalato questa serata e questo racconto.

Il gruppo degli “aloisti” della prima ora ritrovatisi per l’incontro con padre Beppe Svanera