Da Fermo al Gambia: un libro, un viaggio, un progetto di futuro


L’Associazione Aloe di Fermo organizza da due anni un ciclo di incontri pubblici con l’obiettivo di portare alla conoscenza della comunità locale le numerose realtà del territorio fermano impegnate in progetti di cooperazione e solidarietà internazionale. Il titolo del ciclo — «La ricchezza nascosta: dal territorio di Fermo ai territori del mondo» — riflette la convinzione che esista, spesso poco conosciuta, una rete diffusa di persone e associazioni che operano in silenzio a favore dei paesi del Sud del mondo. La finalità del percorso non è soltanto documentare l’esistenza di queste realtà, ma trasformarle in patrimonio culturale condiviso: far sì che l’impegno di pochi diventi ispirazione per molti. Il presente articolo ricostruisce i contenuti della seconda serata dell’edizione 2026 di questo percorso . L’incontro ha visto la partecipazione dei protagonisti di un progetto di cooperazione informale tra il territorio fermano e il Gambia.

La registrazione integrale dell’incontro

La sintesi dell’incontro

La serata ha avuto come protagonisti un gruppo informale di cittadini fermani e gambiani legati dalla pubblicazione di un libro e da due successivi viaggi in Gambia. Il gruppo si è formato nell’ambito della Fattoria Sociale Montepacini di Fermo, da cui nasce la storia di Musa Darboe, autore nel 2021 de “La prima goccia” insieme a Francesco Moglianesi. Sono intervenuti gli amici di Montepacini: Elisabetta Baldassarri, Carlo Pagliacci, Luisanna Cola, Franca Vittorio e Paola Talamonti – e alcuni membri della neonata associazione “First Drop Initiative Manduar” formata da un gruppo di giovani gambiani ormai perfettamente inseriti nel nostro territorio fermano: Dodou Singhateh e Mafugi Hydara, insieme a Musa Darboe l’autore del libro.

Le origini: il libro «La prima goccia»

Il punto di partenza di tutto è la pubblicazione del volume «La prima goccia», scritto da Musa Darboe — un giovane gambiano arrivato a Fermo nel 2014 — con la collaborazione letteraria di Francesco Moglianesi e il supporto editoriale di Carlo Pagliacci della casa editrice Zefiro di Fermo. Il libro racconta in prima persona il viaggio di Musa: il villaggio d’origine, la fuga, la traversata del Mediterraneo, l’arrivo in Italia e i sogni per il futuro.

Il volume ha avuto una diffusione notevole: presentato a Roma, al Senato della Repubblica, in diverse città del Veneto e persino a Stoccolma. Il successo editoriale ha tuttavia generato qualcosa di più concreto di un semplice apprezzamento critico: ha creato una rete di persone disposte ad agire.

La traduzione in inglese del libro e la sua presentazione in Gambia hanno rappresentato il primo atto concreto di un progetto che, nel tempo, si è trasformato in un’iniziativa strutturata di cooperazione dal basso.

Il primo viaggio: la presentazione del libro a Banjul

Il primo viaggio in Gambia — autofinanziato dai partecipanti, senza alcun contributo esterno — aveva come obiettivo primario la presentazione pubblica del libro nella sua versione in lingua inglese. L’evento si è svolto presso un istituto alberghiero della capitale Banjul, alla presenza di oltre duecento persone, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali e della stampa nazionale e successivamente nel villaggio di Manduar, la comunità in cui è nato Musa. Il gruppo è stato ospite della televisione e della radio nazionali gambiane.

Le copie disponibili — trasportate in quattro valigie — si sono esaurite nel giro di venti minuti. L’interesse del pubblico ha confermato la capacità del libro di parlare a una comunità che riconosceva nella storia di Musa la propria storia collettiva: quella di chi è partito, di chi è rimasto, di chi non è arrivato.

In occasione di quel primo viaggio il gruppo ha visitato l’isola di Kunta Kinteh, nel mezzo del fiume Gambia, luogo storico in cui venivano tenuti prigionieri gli schiavi mandinga prima dell’imbarco verso le Americhe. La visita ha lasciato un’impressione profonda nei partecipanti europei, alimentando la consapevolezza delle responsabilità storiche dell’Occidente nei confronti del continente africano.

Il primo viaggio ha posto le basi di un rapporto di fiducia con la comunità locale e con la fondazione guidata da Famara Daab, fratello di Musa, che sarebbe diventata il punto di riferimento per le attività successive.

Il secondo viaggio: il campus formativo di Manduar

Il secondo viaggio, più numeroso e articolato, ha avuto come sede principale il villaggio di Manduar, dove la Children Foundation of the Gambia — fondata nel 2012 da Nfamara Darboe — gestisce una struttura che ospita attività educative, formative e di animazione per bambini e giovani del villaggio e dei dintorni.

Per sei giorni, il gruppo italiano ha lavorato fianco a fianco con sessanta-settanta ragazzi di età compresa tra i quattordici e i trent’anni, sviluppando un programma di attività che ha incluso: un corso di educazione civica sui rischi della migrazione irregolare; un laboratorio di sartoria; un corso teorico e pratico di primo soccorso; l’avvio di un orto comunitario; l’allestimento di un ambulatorio di base; attività ricreative e di animazione per i bambini della scuola.

Il campus della fondazione ha rappresentato una struttura operativa fondamentale: senza un soggetto locale radicato e affidabile, qualsiasi intervento esterno rischia di rimanere privo di continuità e di impatto duraturo.

Sul piano istituzionale, il gruppo è stato ricevuto dal Ministro della Gioventù del Gambia, ha incontrato la Delegazione Europea in Gambia e, al rientro, ha avuto un colloquio con la Prefettura di Fermo, che ha espresso disponibilità a sostenere le fasi successive del progetto.

IL PROGETTO IN SINTESI
Soggetti promotori:
■  Gruppo informale di cittadini fermani e gambiani residenti nelle Marche legati alla Fattoria Sociale Montepacini
■  Children Foundation of the Gambia — villaggio di Manduar (partner locale)
■  Association First Drop Initiative (in corso di registrazione)
Risultati conseguiti:
■  Due viaggi in Gambia (2024–2026), autofinanziati dai partecipanti
■  Campus formativo con 60-70 ragazzi nel villaggio di Manduar
■  Ambulatorio di base allestito con farmaci donati da farmacie del territorio
■  Orto comunitario avviato con piantine e sementi dall’Italia
■  Inserimento di un bambino con cardiopatia congenita in una rete di cardiochirurgia pediatrica: operato con successo in Italia
■  Incontri istituzionali: Ministro della Gioventù del Gambia, Delegazione UE, Prefettura di Fermo
Obiettivi in corso:
■  Progettazione di percorsi formativi in Italia per giovani gambiani, con supporto di Prefettura e Scuola Edile della provincia di Fermo e Ascoli
■  Realizzazione di un pozzo per l’irrigazione dell’orto
■  Pubblicazione di un vocabolario essenziale italiano-mandinga

Le attività nel dettaglio: salute, agricoltura, formazione

Il corso di primo soccorso, tenuto dal medico Susi Cola con il supporto di giovani infermieri locali formati dalla Croce Rossa Internazionale, ha coinvolto l’intero villaggio. I partecipanti hanno appreso le manovre di base per la gestione di arresti cardiaci, fratture e ferite infette, acquisendo competenze di immediata utilità in un contesto in cui l’assistenza sanitaria è limitata e i tempi di soccorso possono essere lunghi. Al termine del corso, i ragazzi hanno autonomamente organizzato una simulazione di incidente stradale, dimostrando un livello di apprendimento e coinvolgimento notevoli.

L’attività agricola, coordinata da Vittorio, ha avuto un impatto pratico immediato e un forte valore simbolico. Sono state messe a dimora circa quattrocento piantine — meloni, zucche, cocomeri — e avviato un programma di concimazione organica. Le soluzioni adottate, ispirate alla tradizione agricola locale e adattate alle risorse disponibili, hanno suscitato grande interesse tra la popolazione. Il principale ostacolo identificato è la scarsità d’acqua: il villaggio dispone di erogazione idrica per circa un’ora e mezza al giorno, insufficiente per l’irrigazione. La soluzione individuata è la realizzazione di un pozzo, tecnicamente fattibile alla luce della presenza di falde acquifere nelle vicinanze.

La dimensione più significativa dell’intervento agricolo non è stata tanto la quantità di piantine messe a dimora, quanto la trasmissione di un metodo: dimostrare che con risorse minime e competenze pratiche è possibile ottenere risultati concreti e replicabili.

Sul fronte sanitario, le visite effettuate hanno rilevato una prevalenza di patologie riconducibili all’introduzione di abitudini alimentari occidentali: diabete, ipertensione, carie dentale. Il lavoro del medico si è concentrato sulla prevenzione primaria — igiene orale, corretta gestione delle ferite, alimentazione — piuttosto che sulla cura, in una prospettiva coerente con le risorse e le competenze disponibili localmente.

Un risultato concreto: il bambino con la cardiopatia

Tra i risultati del secondo viaggio, uno in particolare merita di essere sottolineato per la sua concretezza e per il valore emblematico che assume nel contesto del progetto. Nel corso delle visite mediche è stato identificato un bambino di nove anni affetto da una cardiopatia congenita che, in Italia, viene corretta con un intervento minimamente invasivo entro il sesto mese di vita. In Gambia, come in gran parte dell’Africa subsahariana, non esistono strutture cardiologiche interventistiche.

Il bambino era stato correttamente diagnosticato in precedenza, ma senza alcuna prospettiva di trattamento. A seguito dell’intervento del medico del gruppo, il caso è stato segnalato a una rete di volontariato italiana specializzata in cardiochirurgia pediatrica in Africa. Il bambino è stato preso in carico, trasferito in Italia, operato con successo e successivamente rientrato in Gambia.

Questo caso illustra con chiarezza il modello operativo del progetto: non la pretesa di sostituirsi ai sistemi sanitari locali, ma la capacità di creare connessioni tra risorse esistenti che, senza un intermediario, non si sarebbero mai incontrate.

Il contesto migratorio: perché si parte

Un elemento ricorrente nella serata è stata la riflessione sulle cause della migrazione gambiana. Il Gambia ha vissuto ventiquattro anni di dittatura; la transizione democratica, avvenuta nel 2017, non ha ancora prodotto cambiamenti strutturali significativi per i giovani. La disoccupazione è elevata, le prospettive di reddito sono scarse, e il sistema di welfare è pressoché inesistente.

A questo si aggiunge un fattore recente e poco discusso: alcune grandi imprese di capitali cinesi hanno impiantato in Gambia stabilimenti che prelevano ingenti quantità di pesce dal fiume per produrre farine destinate ai mangimi per l’acquacoltura europea. Questo processo sta progressivamente impoverendo il fiume e sottraendo alle comunità rivierasche la principale fonte di sostentamento tradizionale.

La migrazione dal Gambia non è soltanto il frutto di una scelta individuale, ma la risposta razionale a un contesto di impoverimento strutturale in cui le responsabilità dell’Occidente — storiche e attuali — sono tutt’altro che marginali.

Nel solo mese di gennaio, lungo le rotte marittime, sono scomparsi circa duecento giovani gambiani. In un paese di due milioni di abitanti, si tratta di un dato di proporzioni drammatiche. La migrazione lascia i villaggi svuotati delle generazioni più giovani, con ricadute gravi in particolare sulle donne e sugli anziani, in una società a struttura patriarcale in cui la donna dipende economicamente dal nucleo familiare maschile.

Il progetto descritto in queste pagine si inserisce in questo quadro con un obiettivo preciso: non scoraggiare la mobilità, ma offrire alternative dignitose — percorsi formativi, opportunità lavorative, competenze spendibili — affinché la partenza non sia l’unica scelta possibile.

Prospettive: formazione, istituzionalizzazione, continuità

Il progetto si trova attualmente in una fase di consolidamento. Sul piano formale, è in corso la registrazione dell’associazione First Drop Initiative, che fungerà da soggetto giuridico di riferimento per le attività in Italia. In Gambia, la Children Foundation of the Gambia continuerà a operare come partner locale.

L’obiettivo centrale dei prossimi mesi è la strutturazione di percorsi formativi in Italia per giovani gambiani selezionati, con il supporto della Prefettura di Fermo e della Scuola Edile della provincia di Fermo e Ascoli Piceno, che hanno già espresso disponibilità. I partecipanti sarebbero formati in Italia e poi accompagnati nel rientro in Gambia, portando con sé competenze tecniche e professionali da mettere a disposizione della comunità di origine.

Il modello proposto si distingue dai programmi di cooperazione tradizionale per la sua scala ridotta e per il radicamento nelle relazioni personali: non grandi risorse finanziarie, ma fiducia, continuità e conoscenza diretta delle persone e dei contesti.

Sul piano editoriale e culturale, è in programma la pubblicazione di un vocabolario essenziale italiano-mandinga, con cento parole fondamentali, da distribuire sia in Italia che in Gambia. L’ipotesi di un secondo libro — che racconti il percorso compiuto e i suoi sviluppi — è già in discussione tra i promotori.

L’Associazione Aloe si è impegnata a continuare a dare visibilità al progetto attraverso il ciclo di incontri, i comunicati stampa e la rete di relazioni costruita nel territorio. Come ha ricordato Franco in chiusura di serata, l’obiettivo finale è trasformare questa esperienza in cultura: far sì che ciò che è stato fatto da un gruppo ristretto di persone diventi patrimonio e ispirazione per l’intera comunità fermana.