L’inizio di una storia straordinaria … partita da Fermo! Intervista a Mons. Giancarlo Petrini.


Resoconto della conversazione tra un laico della diocesi di Fermo e un vescovo originario della stessa diocesi, Mons. Giancarlo Petrini, missionario in Brasile a San Paulo e a Salvador di Bahia.

O início de uma “história extraordinária” è il titolo di un libro di Marina Massimi e Olivio Pereira, pubblicato nella città di San Paulo, ma non ancora disponibile in lingua italiana. Un libro che racconta la storia degli inizi del movimento di Comunione e Liberazione in Brasile che ha avuto tra i suoi protagonisti principali delle persone partite da Fermo. Ne riprendiamo qui il titolo come metafora della storia che vogliamo raccontarvi, a conclusione di questo nostro percorso della prima parte dell’anno: “La ricchezza nascosta. Dal territorio di Fermo ai territori del Mondo“.
Vi presentiamo una intervista fatta a Mons. Giancarlo Petrini, vescovo emerito di Camaçari nello stato di Bahia (Brasile), ma originario di Fermo. Giancarlo Petrini era partito da Fermo poco più che ragazzo, il 4 agosto del 1970, insieme a don Luigi Valentini e ad altri due preti, come missionario laico fidei donum. In Brasile è diventato prete lui stesso ed è stato uno dei primi promotori del movimento di Comunione e Liberazione in quel territorio. E’ poi diventato vescovo ausiliare a Salvador di Bahia e vescovo titolare a Camaçari.
Siamo davvero felici di poter raccontare qui la sua storia attraverso le sue stesse parole. Un storia straordinaria che ha avuto il suo inizio nella nostra città di Fermo e la sua piena fioritura in Brasile! Questa intervista è però solo una prima parte; la continuazione al prossimo rientro in Italia di Mons. Petrini.

Conferenza di presentazione a San Paulo del libro «O início de uma “história extraordinária”» con Dom Giancarlo Petrini e gli autori Marina Massimi e Olivio Pereira.

Il motivo di questa intervista

Mi presento brevemente all’interlocutore. Mi chiamo Franco Pignotti e sono un privato cittadino, un cristiano di questa diocesi. Ho fatto l’insegnante di religione per quasi tutta la vita all’Istituto Tecnico Montani di Fermo. Ho fatto anche un’esperienza importante con la mia famiglia — sono sposato e ho tre figli — come volontario internazionale in Zambia, dove ho trascorso cinque anni con due ONG: il CVM delle Marche e il COE di Milano.

Anche se ho vissuto quell’esperienza come laico in organismi laici, è stato allora che ho conosciuto e imparato ad amare il mondo missionario. Nel primo periodo, i primi tre anni, ho lavorato con i frati francescani conventuali delle Marche, impegnati in una missione originata da padre Mazzieri e poi portata avanti dal vescovo Nicola Agnozzi in Zambia, nella regione del Copperbelt, missionari partiti da Fermo nel 1930. Nel secondo periodo ho lavorato due anni accanto alla missione dei preti fidei donum di Milano. Ho imparato sul campo che dove c’era una missione si scavava un pozzo, si faceva una scuola, c’era un ospedale.

Io e mia moglie non siamo originari di Fermo. Siamo andati ad abitare a Petritoli nel 1986, dopo il matrimonio e così siamo diventati anche noi fermani. Ci siamo subito inseriti nel centro missionario diocesano perché volevamo partire come volontari. Quando siamo tornati definitivamente nel 1996, abbiamo iniziato a fare animazione missionaria insieme ad un missionario della Consolata, padre Beppe Svanera; e poi, nel 1998, con degli amici abbiamo fondato l’associazione ALOE. Il nome ALOE lo abbiamo preso come acronimo di “Asia, Africa, America Latina, Oceania, Europa”.

L’allora direttore del centro missionario, don Francesco Leonardi, cofondatore dell’associazione, ci aveva dato un elenco di missionari originari della nostra diocesi, che in quegli anni erano sparsi per il mondo; e siamo partiti da lì. Quell’elenco di nomi è diventato nel tempo una rete di rapporti personali, chi più chi meno. Sono ormai quasi trent’anni che facciamo questo lavoro. Abbiamo poi pubblicato un giornalino per anni, e in occasione del nostro venticinquesimo anniversario li abbiamo raccolti tutti in due volumi.

Vengo ora al motivo di questo incontro e alla domanda che voglio porle. Sono in contatto con il centro missionario diocesano dal 1986 e ho sempre sentito parlare dei preti fidei donum di Guarulhos — dove prima era stato don Tarcisio Carboni e poi don Damiano Ferrini, don Ermanno Michetti e altri. Ma questa vostra realtà, distinta dalla missione di Guarulhos, l’ho scoperta più di recente. Anche di don Luigi Valentini sapevo che d’estate partiva, andava in Brasile, ma non avevo capito bene in che contesto.

Vengo dunque direttamente alla domanda: vorrei capire come è nata la missione dei preti fidei donum a San Paolo. So che prima erano partiti dei sacerdoti fermani per l’Argentina — nel 1965 era partito don Francesco Leonardi e poi nel 1969 don Italo Conti, entrambi si erano inseriti in una diocesi dell’Argentina, la diocesi di Anãtuya nel nord del paese. Però, da quello che ho letto, lì c’era stata una richiesta esplicita del vescovo del posto, monsignor Gottau. Mentre cercando di capire come è nato il gruppo di Guarulhos, mi sembra di aver capito — e lei mi dirà se ho capito bene — che all’origine ci sia don Luigi Valentini. E che la missione di Guarulhos venga dopo: prima c’è stata un’altra realtà insieme a voi, San Mateus. Vorrei capire proprio questi inizi. E poi la sua lunga storia di missionario fermano in Brasile dove vive tutt’ora.

Il racconto di Mons. Giancarlo Petrini

1. Don Luigi Valentini e il movimento GS

Dom Giancarlo Petrini

Ho conosciuto don Luigi quando ero parrocchiano di San Michele Arcangelo, dove il parroco era don Ettore Colombo. Don Luigi era allora un giovane prete che faceva il vicario. Da viceparroco a Sant’Angelo aveva creato la Casa dello Studente, che ha funzionato lì sotto piazza per molti anni.

Nell’ottobre del 1964 don Luigi fu invitato — non so come né da chi[1] — a partecipare a un incontro che Giussani faceva a Rimini con migliaia di studenti. Era una cosa che si ripeteva ogni anno, un fine settimana prima dell’inizio delle scuole. Andò con quattro ragazzi di Fermo e tutti e cinque tornarono entusiasti di quello che avevano visto. Si chiamava, a quell’epoca, Gioventù Studentesca.

Io frequentavo soltanto la messa in parrocchia, senza grande partecipazione. Don Luigi mi disse: «Perché non vieni anche tu? Facciamo un incontro con questi ragazzi!» Ci andai il 7 febbraio del 1965 — lui aveva vissuto l’esperienza di Rimini a fine settembre e inizio di ottobre dell’anno prima — e fu lì che cominciai a conoscere questo movimento che dopo si è chiamato Comunione e Liberazione.

Ma per capire come sono entrato in questa storia, voglio raccontare un breve pezzo della mia vita personale. Sono nato subito dopo la guerra, in un’epoca in cui la morte era una cosa di cui era meglio star lontani, almeno in famiglia. Quando avevo quattordici o quindici anni è morto mio nonno — fu la prima persona morta che ho visto in vita mia — e per la prima volta mi sono reso conto che la vita termina, che è breve. Da lì mi è sorta una vera e propria inquietudine: bisognava vivere bene, non sprecare il tempo, trovare quello che dà significato e utilità alla vita.

Questa inquietudine mi ha reso curioso: ho cominciato a guardare anche alla politica. Ma più guardavo e più tutto mi sembrava una cosa brutta. E allora ho pensato: se tutto è così deludente e niente vale la pena di dedicarci la vita, allora l’unica cosa importante è avere potere. Ho deciso, mentre facevo il liceo classico, che avrei fatto Scienze Politiche. E così è stato. Mi sono laureato con 110 e lode. Ho ricevuto subito proposte di lavoro sia dal governo che da un’impresa privata. All’epoca chi aveva ottimi risultati universitari veniva contattato subito.

Nel frattempo, però, mentre percorrevo questa strada del potere, avevo conosciuto la GS all’ultimo anno di liceo, quindi quando già avevo deciso per Scienze Politiche. Quindi ero andato all’Università di Perugia. Ma più passava il tempo e più mi rendevo conto che la questione del potere era in fondo un ripiego miserabile, mentre io stavo scoprendo una bellezza che mi sembrava quasi impossibile.

All’università avevo la borsa di studio: a quell’epoca c’era il cosiddetto «presalario» per chi aveva la media più alta. Dal primo anno ho avuto questo sostegno e vivevo per tutto il tempo all’università e presso la casa dello studente. Una parte delle persone sapeva che frequentavo la chiesa e mi chiamava «la voce del Vaticano». Però le persone che avevano problemi venivano a parlare con me, perchè sapevano che andavo a messa ogni giorno. Si era creata così una certa comunione fra noi. Alcune persone con problemi serissimi, come chi aveva tentato il suicidio, o chi era al decimo anno e non riusciva a laurearsi, incontrando quella realtà che io avevo incontrato e che stavo portando a Perugia — dove non c’era ancora — aveva cambiato vita.

Allora mi è venuto in mente che dovevo dedicare la vita a diffondere quello che aveva cambiato la mia prospettiva sull’esistenza. Non il potere, ma questa esperienza. Non sapevo, però, ancora come poterlo fare.

2. Il viaggio in Brasile di don Luigi e i preparativi della partenza

Nel 1967 don Luigi fece un viaggio in Brasile. Raccontava sempre – senza mai dire chi fosse stato – che gli era stato pagato in regalo il biglietto. Ha sempre lasciato il mistero su questo, forse perché neanche lui era molto sicuro di chi gliel’avesse procurato. Andò a trovare gente del movimento a Belo Horizonte, ma li trovò già in crisi. A quel tempo c’era la dittatura militare iniziata nel 1964 e c’era già l’onda del ’68, anticipata là per effetto dei militari. Don Luigi aveva anche una zia, sorella della madre, che era suora a San Paolo, suor Maria Rosina Monterubbianesi, responsabile di un gruppo di suore che gestivano un ospedale.

Don Luigi tornò con l’idea di aprire una missione a San Paolo: aveva il punto di appoggio della zia, che dirigeva quel gruppo di suore. Cominciò a parlare con monsignor Perini dell’ipotesi di andare in missione. Perini all’inizio era contrario. Ma don Luigi ogni tanto tornava a riproporre la cosa, e ogni volta che ci tornava, dopo alcuni mesi, trovava che Perini era un po’ più malleabile.

Foto relativa alla partenza di Don Luigi Valentini, Giancarlo Petrini e gli altri, pubblicata nel sito www.stradanuova.org

Per accorciare: mi sono laureato il 2 marzo 1970 e il 4 agosto 1970 siamo partiti. Eravamo in cinque. Finalmente Perini aveva detto sì e aveva autorizzato don Luigi a contattare le altre persone che già avevano parlato con lui. Don Tarcisio Carboni è stato il primo ad aggregarsi; poi Franco Torresi, un giovane comboniano originario di Fermo in crisi con la sua congregazione perché voleva andare in missione e i comboniani non lo lasciavano partire. Insieme a me come laico anche un altro ragazzo conosciuto nei campi estivi di GS che era della Campania, rimasto poi con noi un paio d’anni e poi tornato in Italia.

Prima di partire però c’era stato un momento critico. Anche in Italia c’era stata una crisi del movimento GS nel ’68: molta gente era andata via, attratta dal sindacato, dalla politica. Però nel ’69 stava ricominciando con vigore all’università, con una ripresa che aveva sorpreso lo stesso Giussani. E allora il numero due del movimento, don Francesco Ricci, un prete di Forlì, si era arrabbiato con don Luigi a causa di questo progetto di partenza, perché secondo lui non era il momento di farlo. Per lui sarebbe stato più importante restare per contribuire a ricostruire il movimento. Infatti nato il movimento a Fermo, primo nelle Marche, da Fermo si era diffuso in molte altre città come Civitanova, Sant’Elpidio, Macerata, Ancona, Bologna, di qua e di là; ovunque fossero andati i nostri studenti, era nato qualcosa. Io ero andato a Perugia e anche là era iniziato qualcosa. Tutto questo ci aveva molto sorpresi.

A gennaio del 1970 io e don Luigi siamo andati a incontrare Giussani a Milano. Don Ricci aveva presentato l’ipotesi di questa missione a Giussani, aggiungendo però che sarebbe stato più opportuno rimanere, per contribuire a strutturare e consolidare meglio il movimento nel centro Italia. Don Giussani si trovava inizialmente d’accordo su questo ed era anche lui inizialmente contrario alla nostra partenza.

Allora don Luigi disse: «Va bene, ma allora come facciamo con i vescovi?» Il vescovo di Fermo infatti, dopo esser entrato nella prospettiva di lasciarci partire, aveva già preso accordi con il vescovo di San Paolo. Per don Giussani il rispetto delle decisioni di un vescovo era cosa sacra, quasi divina. E quindi, venuto a sapere che il vescovo di Fermo aveva già scritto al vescovo di San Paolo e aveva avuto risposta, disse: «Allora voi andate, e non se ne parla più». E così siamo partiti.

3. La vita a San Mateus: la parrocchia, l’alfabetizzazione e la cooperativa

La parrocchia di San Mateus, dove eravamo destinati, era nell’ultimo quartiere a est dove terminava la città di San Paolo. Allora era davvero il confine della città; adesso non più, ovviamente. Era una delle zone più povere di San Paolo e lo è ancora oggi. Una parrocchia enorme: 50.000 abitanti, più della metà in baracche e favelas. Arrivammo in agosto. Trascorremmo tre giorni ospiti dalla zia di don Luigi — la suora che ci accolse e poi siamo andati in quella parrocchia. La parrocchia ci era stata assegnata dal vescovo di San Paolo, il cardinale Paulo Evaristo Arns, attraverso un vescovo ausiliare, Bruno Maldaner, di origine tedesca, che era ausiliare a San Paolo ed era passato da Fermo qualche mese prima che noi partissimo. E questo era stato il rapporto diretto.

Eravamo in cinque e abbiamo diviso la parrocchia in cinque settori. La vita missionaria per noi era quella realtà così estremamente immersa nella povertà. Io, che avevo fatto Scienze Politiche, avevo una sensibilità un po’ speciale. Abbiamo lavorato molto e bene. In appena un anno dal mio arrivo ero riuscito ad organizzare 37 sale di alfabetizzazione per adulti sparse nel territorio della parrocchia, trovando sia i locali e sia chi poteva insegnare. Poi fui obbligato dal potere pubblico a mettermi da parte perché quello che facevo sembrava pericoloso ai tempi dei militari.   

Un’altra cosa nata dal dialogo con le persone: a San Mateus abbiamo messo insieme 94 famiglie e abbiamo deciso di fare l’acquisto in comune di tutto quello che si usa durante il mese: riso, fagioli, non carne, non frutta fresca, ma sapone, olio, carta igienica, dentifricio, tutto all’ingrosso. Un grossista con il camion portava il carico direttamente in parrocchia. Era un’organizzazione che richiedeva molto tempo, perché mettere d’accordo 94 donne sulla qualità del riso, sulla qualità della carta igienica e del dentifricio non è semplice. Ma questa iniziativa aveva favorito tutta la questione delle comunità ecclesiali di base, della vita fraterna, e aveva abbassato sensibilmente la spesa familiare. Era un’epoca in cui i militari avevano di fatto bloccato i salari mentre l’inflazione cresceva, in portoghese si dice «arrocho salarial», e le famiglie si impoverivano sempre di più. Un impoverimento tremendo. Per tutti quei primi anni abbiamo fatto tutti insieme un lavoro bellissimo.

Che cosa è successo poi? Quando è arrivato il 1978-79, con i primi segni di crisi e rinnovamento del regime militare, non c’era più quella persecuzione pesante e si è generato un generale clima di politicizzazione e anche le nostre opere ne hanno risentito. Franco Torresi — che poi ha lasciato il sacerdozio — convinse la gente che bisognava dare forza ai nuovi gruppi sindacali e politici che si stavano organizzando. C’era già Lula a quei tempi, e la possibilità di creare un partito politico. Così la nostra cooperativa fu sciolta e tutte quelle persone andarono a fare da manodopera per questi gruppi ideologici. Franco Torresi successivamente si è impegnato in politica: un nostro parrocchiano era diventato deputato e lui gli faceva un po’ da segretario, dandogli le indicazioni. Io ho incontrato in seguito quel deputato perché facevamo parte dello stesso gruppo di giovani.

Tarcisio Carboni, dopo un paio d’anni, ha cominciato a frequentare Guarulhos, perché lì c’era un lebbrosario e per lui era il sogno della vita dedicarsi ai lebbrosi. Dopo un po’ di tempo, grazie a questo lebbrosario, è riuscito ad avere una parrocchia lì. Abbiamo conservato l’amicizia: ci trovavamo ogni lunedì — in Brasile il lunedì è il giorno di riposo dei preti. Un’amicizia molto bella durata per anni, anche se lui era a Guarulhos.

4. La vocazione al sacerdozio e la visita di Giussani a San Paolo (1973)

Dentro questa storia, dopo un anno che ero lì, mi sentivo un po’ soffocare da un punto di vista intellettuale: in parrocchia si usa un codice ristretto di linguaggio, poche parole; mentre io avevo avuto un periodo universitario molto intenso, ricco di dibattiti. A Perugia tra l’altro c’è anche l’università per stranieri, quindi era un ambiente pieno di stimoli, perché c’era di tutto. E lì a San Mateus mi sembrava di vivere invece la vita di un piccolo paese. Naturalmente avevo cominciato a pensare anche al sacerdozio, ma non ero molto convinto. Il mondo dei preti mi sembrava fatto generalmente da persone che si muovono con la stessa sensibilità di un armadio. Ho deciso però di studiare teologia. Il corso era dall’altra parte della città: attraversavo San Paolo con la Lambretta. Ogni volta arrivavo coperto di uno strato di grasso perché a quei tempi non c’erano controlli sulle emissioni dei camion. Arrivavo là e avevo la mano nera e i polmoni pieni di polvere. O andavo in Lambretta e ci mettevo quaranta minuti, o prendevo l’autobus e ci mettevo un’ora e mezza. Quando pioveva andavo in autobus.

Studiando teologia mi è venuto in mente che potevo diventare sacerdote, anche se avevo effettivamente dei dubbi. Ne ho parlato con il cardinale di San Paolo, Paulo Evaristo Arns, attraverso un professore che era il suo braccio destro. Gli avevo scritto una lettera: «Ho sempre pensato di poter fare tutto nella vita meno che il prete, ma adesso mi sembra che sia la strada che devo fare; cosa ne dice?» Poi sono andato a parlare con lui di persona. Il cardinale Arns conosceva la nostra realtà e ammirava il lavoro che avevamo fatto: avevamo creato tante piccole comunità ecclesiali di base.

Poi nel 1973, successe un fatto del tutto inatteso, una cosa importantissima che ha cambiato la vita a tutti noi. In quell’epoca non c’era né email né telefono facilmente accessibile. Telefonavo ai miei genitori in Italia due volte all’anno — a Pasqua e a Natale — perché per poterlo fare dovevo andare dalla periferia al centro della città, dove c’era un edificio chiamato «Edifício Itália» con un ufficio per le telefonate internazionali. Comprare un telefono privato era un’avventura e poi spesso non funzionava. Quindi non avevamo rapporti frequenti con il centro del movimento, e con don Giussani che io avevo incontrato personalmente in diverse occasioni, anche quando si era fermato a Fermo. Nel 1973 lo stesso Giussani è venuto a trovarci a San Paolo. Simo rimasti sbalorditi; personalmente ci ho messo anni per capire tutte le conseguenze di questa visita. È venuto lui e don Ricci, il numero due che si era arrabbiato perché volevamo partire. Sono venuti proprio per vedere la realtà che stavamo vivendo. In un libro letto poco tempo fa che riporta scritti di Giussani del 1968-69, lui dice che la comunione è questo: io mi coinvolgo con te, tu ti coinvolgi con me. Ho capito poi che lui si sentiva coinvolto con me e con don Luigi molto più di quanto io e don Luigi ci sentissimo coinvolti con lui.

Quando è venuto, io stavo già studiando teologia e avevo con quel professore — che era il braccio destro del cardinale — un rapporto un po’ speciale, essendo un po’ più maturo rispetto agli altri seminaristi. Attraverso di lui, Giussani organizzò, all’ultimo momento, un incontro con il cardinale, al quale andarono lui stesso e don Luigi. Io non andai perché allora un laico doveva stare un po’ al di fuori di certe questioni. Molto tempo dopo venni a sapere che il cardinale aveva detto loro: «Quando Petrini diventa prete, vorrei che andasse all’università, perché con la crisi della Gioventù Universitaria Cattolica — tra il 1964, anno del colpo di stato, e il 1966 si era completamente dissolta e la Chiesa non aveva saputo sinora ritrovare la strada giusta per ricrearla — sono quasi dieci anni che non abbiamo più una presenza cristiana esplicita nelle università. Non c’è più una pastorale universitaria.»

5. L’ordinazione, il ritorno a San Paolo e la pastorale universitaria

Sono diventato sacerdote nel 1975 e sono tornato in Italia per essere ordinato qui a Fermo, alla chiesa del Carmine. Come prete sono sempre rimasto incardinato nella diocesi di Fermo — con i vantaggi pratici che questo comportava — fino a quando non sono diventato vescovo.

Dopo l’ordinazione sono rimasto qualche mese a Fermo e a settembre mi è arrivata notizia che il cardinale Arns era a Roma e voleva vedermi. Non sapevo ancora di che cosa volesse parlare. Sono andato a Roma e lui mi ha detto: «Vorrei che tu tornassi a San Paolo per dedicarti alla Pastorale Universitaria.» È stata una decisione difficile, perché nella settimana santa di quello stesso 1975, a marzo, don Luigi aveva avuto un infarto ed era rimasto là a curarsi per questa situazione delicata di salute. L’attesa di don Luigi era che io tornando potessi stare in parrocchia con lui per riprendere il lavoro. Chiesi un po’ di tempo per riflettere sulla proposta del cardinale, ma poi accettai. Così è cambiata anche la mia vita: sono andato ad abitare vicino all’Università con la responsabilità della pastorale universitaria nell’intera arcidiocesi di San Paolo. In tutta la diocesi c’erano tantissime università pubbliche e moltissime private. La sola città già allora aveva sei milioni di abitanti — adesso ne ha circa il doppio, dodici milioni.

Il cardinale però mi aveva già detto a Roma: «Se vai ad assumere la pastorale universitaria, devi avere un motivo credibile per stare nell’università, altrimenti saresti come uno che cade dal cielo.» E quindi mi sono iscritto per un master e poi ho fatto un dottorato in scienze sociali. Questo mi ha immesso in un cammino di lavoro intellettuale che non faceva parte dei miei piani: quando ero partito per il Brasile, pensavo di aver chiuso con l’università, pur avendo avuto dai miei professori qualche suggerimento di continuare. Avevo già deciso di partire. Invece, grazie a questo incarico ricevuto da Arns, questa storia si è riaperta.

6. La pastorale universitaria, Padre Vando e la Casa della Cultura

Senza padre Vando però non ci sarebbe stata veramente neanche questa storia della pastorale universitaria. Vando Valentini è arrivato, anche lui come giovane laico, nel 1974, a San Paolo già con la consapevolezza che ci sarebbe dovuto stare un impegno in università, concordato tra Giussani e l’arcivescovo. Nel 1976 io e Vando siamo andati ad abitare insieme vicino all’università. Il Signore ci ha aiutato. Abbiamo creato gruppi nelle facoltà, soprattutto nelle università statali: biologia, ingegneria, psicologia.

All’inizio noi non eravamo partiti per il Brasile con l’intenzione esplicita di lavorare con gli studenti universitari, sul modello di Gioventù Studentesca. Questo è stato un processo venuto fuori una volta che eravamo lì sul campo. La nostra spiritualità era quella di Comunione e Liberazione, ma non eravamo andati i Brasile per riprodurre Comunione e Liberazione. Questo ci è arrivato addosso senza volerlo. Il cardinale però non voleva che facessimo Comunione e Liberazione; soprattutto non voleva il nome. Ci chiedeva semplicemente che organizzassimo una “pastorale universitaria”, pur con la nostra spiritualità. Il motivo era semplice: nella pastorale universitaria comanda il vescovo, mentre in un movimento chi comanda sono i responsabili indicati dal movimento. E il cardinale aveva una certa ostilità verso i movimenti. Però aveva capito una cosa — l’aveva detto in un’altra occasione — che diversi preti ai quali aveva affidato questo impegno avevano poi abbandonato perché erano soli. «Voi invece», disse, «avete dietro il movimento che vi darà l’appoggio.» E così è stato.

Dopo un paio d’anni che facevamo questo lavoro nelle università, siamo riusciti a ottenere una casa che era appartenuta a un gruppo di donne consacrate che si erano un po’ perse nelle questioni politiche del post concilio. Ce l’hanno venduta ad un prezzo basso, perché loro stesse l’avevano acquistata con i soldi ricevuti dai fedeli. L’abbiamo chiamata Casa della Cultura. Era un edificio a due piani; costruito negli anni trenta, ma ancora in buono stato.

Al piano di sopra c’era l’abitazione. Lì abbiamo vissuto inizialmente io e Vando; poi è venuto ad abitare con noi anche don Luigi ed altra gente ancora, tra cui un grandissimo pittore brasiliano, Claudio Pastro. Quello era il nostro punto di convivenza, dove cercavamo di vivere quasi un modello monastico: le lodi, i vespri, la messa, la compieta insieme. Ma anche un punto di incontro aperto a tutti: abbiamo incontrato lì di tutto e di più, persone di tutti i colori; anche gente che ritornava dall’esilio, perché oramai la dittatura era finita, o stava finendo.

Nel frattempo, il movimento, dopo il primo gruppo nato e discioltosi a Belo Horizonte, e risorto con noi stabilmente a San Paolo, si era già diffuso in altre parti del Brasile. Erano venuti altri preti a Belo Horizonte, Nova Iguaçu, Rio, Manaus, e si è subito creato un intercambio immediato tra noi, perché vivevamo evidentemente la stessa storia.

Dopo diciotto anni che ero a San Paolo, c’erano già molti universitari che terminata l’università, avevano messo su famiglia e lavoravano. Molti erano diventati a loro volta insegnanti universitari. Essi volevano che la storia della loro appartenenza al movimento continuasse e decisero di chiamarsi “Comunione e Liberazione”. Questo finì con il creare un problema tra me e il cardinale. Fra l’altro ci si era messo di mezzo anche un prete italiano — di cui non ricordo più il nome — che è riuscito ad avvelenare le cose. Sono cose che succedono, anche tra i preti. Nel 1988 incontrai don Giussani in Paraguay dove c’era un incontro di tutti i responsabili del movimento che nel frattempo si era diffuso anche in Argentina e in altri paesi latinoamericani. Durante una cena abbiamo deciso insieme che io lasciassi San Paolo. Il cardinale di Salvador aveva chiesto a Giussani due preti. «Vado io in Salvador» dissi a Giussani. Poco tempo dopo sono andato a parlare con il cardinale di Salvador di Bahia e nel febbraio del 1989 mi sono trasferito stabilmente.

7. Salvador di Bahia: le palafitte, l’asilo e il centro educativo per gli adolescenti

A Salvador non ho mai abbandonato l’interesse per la realtà delle favelas e dei poveri. Ero arrivato in febbraio e già nel mese di marzo ho fatto il primo incontro di preparazione alla Pasqua con un gruppo di giovani, molti dei quali sono ancora presenti nel movimento. Però ho cominciato subito anche a visitare le palafitte: un quartiere con migliaia di capanne sull’acqua, dentro la baia. Salvador si trova sull’oceano ma all’interno di una grande baia — si chiama proprio «Baia de Todos os Santos» — e l’acqua lì non ha molto movimento.

In quel quartiere c’era anche un italiano missionario laico che abitava vicino alle palafitte con la moglie, insegnante all’università federale. Era una coppia davvero interessante per la loro esperienza di vita. Attraverso di loro cominciai a frequentare quel quartiere. Dopo un po’ di tempo un gruppetto di universitari cominciò ad andare tutti i sabati a giocare con i bambini di una strada dietro questo quartiere di palafitte. Da quell’esperienza è nato un asilo che ha già compiuto più di 35 anni.

A quel primo asilo se ne è poi aggiunto un altro, costruito da una signora. Oltre a questi due asili, gestiamo anche un centro educativo che accoglie 600 adolescenti. Qusranta anni fá  capimmo che il dramma erano i bambini che morivano nel primo anno di vita e quindi bisognava intervenire subito. Gli asili che la Chiesa ha fatto ovunque rispondevano a quel bisogno. Adesso il dramma non è più questo: la mortalità infantile è come in Europa. Il problema, adesso, sono gli adolescenti. Già a dieci anni i ragazzi vanno a consegnare le dosi o i pacchettini di stupefacenti. Poi, a dodici anni, viene regalata loro una pistola e diventano i soldati del traffico di droga: sono loro che vanno nelle sparatorie, non i veri capi. E muoiono prima dei vent’anni.

Dei 600 ragazzi che frequentano il nostro centro educativo, quelli che studiano nella scuola pubblica al mattino vengono da noi nel pomeriggio, e quelli che hanno lezioni al pomeriggio vengono al mattino. È un centro educativo grandissimo, con molte attività sportive, ma che offre anche una formazione che non è solo fare i compiti. É offerto ad esempio anche un corso di robotica. Ragazzini di dodici anni che vivono in quelle palafitte e seguono un corso di robotica.

8. L’urbanizzazione delle favelas

Negli anni Settanta e Ottanta il Comune di San Paolo aveva una segreteria del municipio che si chiamava Dipartimento di Desfavelamento, preposto alla rimozione delle favelas quando doveva costruire qualcosa: un ospedale, una scuola, qualsiasi cosa, oppure doveva passare una strada. Non si trattava di togliere la gente da quelle palafitte per costruire case decenti agli abitanti. A quello non ci pensavano neanche. Mandavano i trattori e avvisavano tre giorni prima: «Guarda che verranno dei trattori a buttar giù le vostre baracche; però vi mandiamo anche dei camion e voi potete mettere le vostre cose sul camion e dire all’autista dove volete andare.» Dove volete andare! Questo era il Dipartimento di Desfavelamento — e stiamo parlando di San Paolo, non dello stato più povero del Brasile.

Poi dopo alcuni anni hanno fatto un’altra cosa, con molta malizia. Costruivano un quartiere di mille case di venti metri quadri ciascuna, però ci mettevano: dieci famiglie da questa favela, dieci da quella, dieci da un’altra ancora. Perché? Perché si era creato un movimento di favelados che politicamente era consistente e rappresentava molti voti. In questa maniera li disaggregavano. Una cosa simile era violenta nel senso che queste persone non avevano più i rapporti di vicinanza e di conoscenza che avevano prima — non sapevano più chi erano i vicini, come muoversi. Ho visto cose orribili perché ero molto coinvolto con queste storie.

A Belo Horizonte c’era un prete della prima generazione di GS, Padre Pigi Bernareggi, che vi era andato nel 1964 — l’unico rimasto fedele a Giussani durante tutta la crisi del ’68, mentre gli altri si erano dispersi. Ha vissuto tutta la vita in una favela. Solo negli ultimi anni, non avendo più le condizioni fisiche, è uscito da essa. È morto pochi anni fa, a più di ottant’anni. Aveva capito la mentalità, i bisogni, la realtà di quel mondo. Con l’AVSI[2] ha cominciato a parlare di urbanizzazione delle favelas: non spostarle, ma urbanizzarle. Aprire una strada in modo che possa passare l’autobus, la raccolta dei rifiuti, l’ambulanza, la polizia. Portare l’acqua, le fogne. Costruire muri di contenimento sulle colline perché non vengano giù le pareti quando piove.

L’idea fondamentale era che i favelados dovessero rimanere dove stavano. Lì dove vivono hanno rapporti di amicizia consolidati: «Vado a fare una giornata di lavoro, mi guardi i bambini?» — e la vicina li guarda. Se rimangono nella stessa comunità, è una comunità che si sostiene. Se si rompe questo, si rompe la loro capacità di sopravvivenza dignitosa. Allora si tratta non di rimuovere ma di urbanizzare le favelas

Questa urbanizzazione pianificata da ingegneri e architetti ha trovato il sostegno di un governatore cattolico di Belo Horizonte e praticamente tutte le favelas di Belo Horizonte e, in un secondo momento, una parte delle favelas di Salvador sono state urbanizzate con l’appoggio del governo. Il lavoro é stato realizzato da una ONG del Movimento, AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale)

 A Salvador, il progetto ha riguardato proprio quelle palafitte dove io facevo le attività con i ragazzini: 3.000 case sono state ricostruite. Il governo ha espropriato un pezzo di terra su un colle adiacente alla laguna e le case sono state ricostruite lì, nello stesso ambiente, mantenendo la comunità e i rapporti. E oggi in quel quartiere c’è un asilo e un centro educativo. C’era il progetto di ampliare ulteriormente questo lavoro, ma il governatore che desiderava ampliare tale lavoro ha perso le elezioni. Il nuovo governatore aveva come consiglieri intellettuali che dicevano: «No, no, questo rovina l’ambiente.» E così il progetto si è dovuto fermare.

L’AVSI ha continuato la propria attività in altri modi: tra le altre cose, in questi ultimi anni ha organizzato tutta l’accoglienza per i venezuelani che attraversavano la frontiera nord del Brasile, smistati poi in tutto il Brasile dove comunitá parrocchiali offrono la casa e il lavoro, attraverso la rete delle parrocchie, in collaborazione con la Conferenza episcopale.

9. Le opere del movimento a San Paolo e Belo Horizonte

Il movimento ha creato opere gigantesche. A San Paolo, don Luigi ha fatto un lavoro straordinario. A Belo Horizonte c’è una signora italiana, Rosetta Brambilla, che ha la mia età — 81 anni — che era stata suora dell’Assunzione. La sua congregazione era andata in confusione negli anni Settanta, sia per le questioni del dopo il Concilio che per la dittatura militare. Lei ha poi ripreso i legami con il movimento. È stata prima nel nord del paese, a Macapà, alla foce del Rio delle Amazzoni; poi era andata a Belo Horizonte. Nel centro che lei gestisce fanno riferimento più di due mila persone: non solo bambini, ma anche adolescenti ed anziani. A San Paolo accolgono 1.100 persone; offrono a ciascuno il pranzo ogni giorno per bambini di asilo, adolescenti fino ai diciotto anni, e un gruppo di persone anziane che vengono all’ora di pranzo, pranzano e poi tornano a casa.

Don Luigi dopo che era stato costretto per i propri problemi di salute a tornare in Italia, era sempre rimasto in contatto con il Brasile dove tornava ogni anno. In Italia aveva poi creato una onlus, Condividere[3], che raccoglie ancora oggi fondi a sostegno delle opere che lui aveva già creato a San Paolo e altrove.

Per quanto riguarda gli asili, i governi locali coprono il 75-80% delle spese — a San Paolo un po’ di più, a Bahia il 75%. Ma non coprono le spese straordinarie, come rifare il tetto: la struttura è tua, sono affari tuoi. Per gli adolescenti invece l’amministrazione pubblica non ne vuol sapere, perché dice: «Noi non abbiamo posti per tutti i bambini d’asilo, quindi accogliamo il vostro lavoro; però abbiamo posti per tutti i ragazzini nelle scuole elementari e medie, e gli diamo anche il pranzo — quindi cosa volete?» Non si rendono conto dell’importanza del lavoro pomeridiano. Tutto il lavoro con gli adolescenti è quindi a nostro carico.

Mons. Petrini vescovo di Camaçari

C’è una famiglia di Milano che ha aiutato molto nell’ambiente di Salvador, dove è stato fatto il lavoro di ricostruzione delle case. Quando le persone di AVSI hanno dovuto lasciate Salvador mi hanno chiesto: «Cosa facciamo per continuare a restare uniti qui?» Ho suggerito loro di costruire una cappella intitolata a Cristo Risorto. Hanno costruito una chiesa così bella che quando il cardinale l’ha vista ha detto: «Questa deve diventare subito parrocchia.» Ora è la parrocchia nel mezzo di questo quartiere di ex palafitte. La favela non c’è più nella realtà geografica, ma quella comunità di vita che essa rappresentava continua a vivere in pieno dentro la testa delle persone. Quello è il loro mondo.

Sono rimasto a Salvador per cinque anni come vescovo ausiliare e poi sono diventato il primo vescovo di Camaçari, zona industriale a cinquanta chilometri da Salvador, con più di sessanta multinazionali.

Riflessioni finali dell’intervistatore

Prima di ringraziarla infinitamente per questa lunga chiacchierata nella quale lei ha raccontato la sua esperienza missionaria in Brasile che sta durando l’intera sua vita, vorrei tornare un attimo al motivo di questo incontro. Nell’ambiente diocesano fermano, la missione in Brasile è stata sempre identificata con quella dei preti fidei donum a Guaruilhos, mentre la vostra sarebbe una storia diversa, la storia di Comunione e Liberazione. Ma io parto da un altro principio. Sono un laico, un cristiano di questa comunità diocesana. La mia passione per tutti i missionari, di ogni razza e colore, viene dal fatto che prima sono cristiani di queste nostre comunità, poi sono anche Francescani, Gesuiti, di Comunione e Liberazione, ecc. Credo che sia giusto, opportuno e bello che la comunità conosca tutte queste storie che le appartengono perché riguarda i suoi figli e le sue figlie. Dal punto di vista di ALOE, un punto fondamentale è sì aiutare i missionari con qualche progetto, ma soprattutto è importante fare cultura: far conoscere queste realtà che sono partite dal territorio di Fermo e hanno fatto storia nei territori del mondo. Altrimenti sembra che non ci sia più niente, e invece non è vero.

Questa è stata una prima chiacchierata fra noi. La prossima volta che avrà l’occasione di tornare – mi sembra di aver capito che lo farà nel mese di Ottobre – potremo continuare questa nostra conversazione per parlare anche dei suoi anni da vescovo sia a Salvador di Bahia che a Camaçari. Ma soprattutto potremo organizzare un incontro pubblico con lei invitando la comunità diocesana a partecipare. Una sorta di ritorno simbolico, da quel lontano 4 agosto 1970 che lo vide partire poco più che ragazzo!

Grazie davvero per questa sua disponibilità. Per adesso: Buon rientro in Brasile!

Franco Pignotti
testo rivisto da Mons. Giancarlo Petrini


[1] In realtà si trattava di Don Lino Ramini come troviamo affermato dallo stesso don Luigi nell’intervista riportata nel libro “Uno ha quello che dona” a pag. 33

[2] L’AVSI è una ONG italiana nata nell’ambito del movimento di Comunione e Liberazione e che accede ai fondi pubblici per la Cooperazione Internazionale sia nazionali che europei, oltre che a donazioni private. https://www.avsi.org/

[3] “Condividere” è una associazione di volontariato creata tra gli amici di Don Luigi Valentini e nell’ambito del movimento di CL su base locale. https://www.associazionecondividere.it/